Covid-19: un grave pericolo per i campi profughi di tutto il mondo

Secondo i dati forniti dall’Unicef, oggi stiamo assistendo ad altissimi livelli di migrazione, che mai il genere umano aveva registrato prima. E proprio a causa di ciò, a risultare più fragili in questo periodo di pandemia risultano essere proprio i campi profughi, dove vivono ammassate migliaia di persone. Ecco quali sono i più problematici al mondo.

I DATI

I dati in questione parlano di più di 70 milioni di persone in fuga da teatri di guerra, carestie e conflitti etnici. Più della metà di esse, 25 milioni, sono i rifugiati, ovvero coloro costretti alla vita nei campi di prigionia, nei campi profughi, nei dormitori alla ricerca di acqua, cibo e cure mediche spesso scarse o assenti. Costantemente esposti a pericoli sanitari, oggi il virus Covid-19 sembrerebbe essere molto vicino alla penetrazione al loro interno.

Secondo gli esperti, se l’epidemia scoppiasse all’interno dei più grandi campi profughi al mondo, le vittime sarebbero centinaia di migliaia, se non milioni, in tutto il mondo. Ecco qual è la situazione attuale, secondo gli ultimi aggiornamenti del Corriere della Sera e di Ansa, nei principali campi profughi di tutto il mondo:

IL CAMPO DI DADAAB IN KENYA

Dadaab è uno dei più grandi campi profughi africani, ha ospitato quasi 600.000 secondo le stime del 2013, ridotti a circa 350.000 secondo quelle attuali. Il campo è situato alla periferia della cittadina di Dadaab in Kenya, geograficamente molto vicino alla frontiera somala. Esso comprende molti cittadini di origine mista, sfuggiti a guerre civili, persecuzioni, carestie e attentati dagli anni 80-90 fino ad oggi ed è composto da quattro campi principali (Ifo, Ifo-2, Dagaheley e Hagadera). L’aspetto incredibile di questo campo è che, dopo le città di Nairobi e Mombasa, consiste nel più grande agglomerato urbano dell’intero paese. Nel 2015 si ebbe già a che fare con una epidemia di colera in Kenya e a Dadaab e nulla esclude che persino il temuto Coronavirus possa disgraziatamente giungere fin qui. La precedente epidemia contagiò dalle 1000 alle 10.000 persone, numeri per altro difficili da calcolare a causa della vastità del campo in questione. Secondo Medici senza frontiere, negli ultimi 10 anni in Kenya sono scoppiati più di 12 emergenze sanitarie gravi, a causa di forte carenza di acqua e di impianti igienico-sanitari all’avanguardia per buona parte della popolazione ospitata. Nulla possono, a tal proposito, le ONG e le organizzazioni internazionali, le quali hanno più volte richiamato il governo kenyano, che ha annunciato in diversi anni la sua chiusura, salvo poi rinunciare sempre, a causa del difficile ricollocamento transfrontaliero dei rifugiati.

I CAMPI DORMITORIO IN QATAR

Come in moltissimi stati, in Qatar sono le fasce più povere della popolazione a subire le conseguenze di una cattiva gestione igienico-sanitaria. Qui, in un paese di circa 2 milioni di abitanti lavoratori, una percentuale come il 90% di essi risultano essere stranieri impiegati dal governo, i quali vengono confinati in appositi campi-dormitorio nelle zone industriali e alle periferie di Doha. Essi non hanno alcuna speranza di poter ottenere diritti politici e sociali come la cittadinanza, a causa di una forte Politica volta alla non-integrazione degli stranieri, voluta dal governo, il quale desidera solamente gestire a proprio favore la forza-lavoro migrante. Seppur in condizioni psicologiche e sociali molto diverse dai residenti dei campi profughi e dagli sfollati, nei campi dormitorio dei lavoratori stranieri si verificano spesso situazioni simili: mancanza di acqua e cibo, scarsità di norme igienico-sanitarie e sovraffollamento. Oggi, a causa dell’arrivo del Coronavirus in Qatar, sono state prese severe decisioni di isolamento in queste zone, ma molti lavoratori scelgono comunque di lavorare per paura del licenziamento, esponendosi a rischi enormi. Intanto, in Qatar le persone affette da Coronavirus aumentano di giorno in giorno ed è stata superata la quota di 400 casi in poche settimane. Un’esplosione all’interno dei campi-dormitorio per stranieri contribuirebbe non solo ad uno sconquassamento economico per il ricco emirato, ma ad una perdita enorme di vite umane, poste in condizioni di vita estremamente precarie.

I CAMPI PROFUGHI DI TINDOUF IN ALGERIA

A Tindouf, nel sud dell’Algeria, sono ospitati molti rappresentanti e profughi saharawi, l’area autonoma del Sahel sotto l’occupazione marocchina. I campi in questione nacquero nel lontano 1975 al fine di ospitare la popolazione in fuga dopo la guerra con il Marocco e ad oggi rappresentano l’unico esempio al mondo di campi profughi totalmente autogestiti da un’autorità statale in esilio (la Repubblica Araba Democratica Saharawi), a cui lo stato algerino lascia grande autonomia. Per questo motivo, la zona gode di più ampi privilegi rispetto ad altri campi profughi nel mondo: una maggiore disponibilità alimentare, acqua potabile, accesso maggiore ai livelli minimi di istruzione e più qualità e speranza di vita, forniti da scuole, bar, ristoranti e mercati interni. Tuttavia, in Algeria il numero di contagiati di Covid-19 aumenta giorno dopo giorno, confermando una tendenza in continuo mutamento, con ben 450 persone contagiate e 30 vittime totali. La carenza di personale sanitario pubblico nei campi profughi di Tindouf, nonostante la buona gestione di essi, è un problema serio che si trascina da anni, soprattutto a causa dell’alto numero di persone anziane ospitate. Nonostante da pochi giorni l’amministrazione algerina abbia implementato un controllo sanitario preventivo ai valichi di frontiera, si ritiene che sia della massima importanza tenere monitorata la situazione in quest’area, dove tutta la comunità vive con apprensione questo periodo estremamente complicato. A rischiare il contagio infatti, sarebbero quasi 100.000 persone.

I CAMPI PROFUGHI PALESTINESI

I campi profughi palestinesi, localizzati nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Giordania, nel Libano e in Siria, sono oggi posti sotto strettissima attenzione a causa del possibile contagio da Coronavirus. Tali enormi campi sono nati nel 1948, subito dopo la prima guerra tra stati arabi e Israele, che ha provocato un numero enorme di sfollati palestinesi dallo stato israeliano. La situazione, da temporanea, divenne nel tempo stanziale, pertanto ad oggi si può tranquillamente parlare di vere e proprie enclaves palestinesi in stati stranieri, senza alcuna possibilità di rimpatrio. All’interno di questi campi operano migliaia di insegnanti, medici, infermieri e operatori sociali, che necessitano obbligatoriamente di un grande aiuto estero, ad oggi notevolmente affievolito dopo le ultime restrizioni nel campo della mobilità internazionale per la pandemia di Coronavirus in corso. I rifugiati totali vengono stimati totalmente in circa 4 milioni di persone, distribuiti in Giordania (300.000), Libano (400.000), Siria (100.000), Cisgiordania (200.000) e nella Striscia di Gaza (500.000). Intanto, all’interno dei territori palestinesi, il numero di positivi al Coronavirus aumenta sempre più, esponendo queste comunità sempre più al rischio concreto di infezione. Il numero totale, stimato in data 1 aprile, parla di 134 positivi e 1 vittima nei Territori Palestinesi, secondo i dati del Ministero della Sanità dell’Autorità nazionale palestinese, di cui 2 i nuovi casi a Gaza e 6 in Cisgiordania.

IL CAMPO DI COX’S BAZAR IN BANGLADESH

Per certi aspetti molto simile è la situazione ai confini tra Myanmar/Birmania e Bangladesh, dove il primo caso di COVID-19 è stato di recente confermato nella città di Cox’s Bazar (Bangladesh), vicino al campo profughi omonimo per rifugiati della minoranza rohingya. Gli operatori umanitari sono molto pessimisti a riguardo e temono infatti che la trasmissione, in quello che oggi potrebbe essere considerato a tutti gli effetti il più grande campo profughi al mondo, sia inevitabile e comporterà un focolaio catastrofico. Circa 855.000 persone vivono in condizioni di sovraffollamento e sporcizia e, come se non bastasse, i campi sono situati a circa 20 miglia di distanza dalla città di Cox’s Bazar, dove sono presenti i primi contagiati dal virus. La loro origine è relativamente recente, quando i musulmani rohingya, fuggiti da un’ondata di violenza genocida nel vicino Myanmar alla fine del 2017, si affollarono sulla linea di confine con il Bangladesh e instaurarono le proprie abitazioni temporanee su alcuni terreni irregolari della zona, mentre circa 150.000 rifugiati rohingya si stabilirono al di fuori, tra la comunità locale. Nel campo, le misure di base per prevenire la diffusione del virus, come il frequente lavaggio delle mani e il distanziamento sociale, sono impossibili ad oggi secondo gli esperti e le famiglie vengono ancora stipate in rifugi fragili, raggiungendo una densità media di circa 100.000 persone per miglio quadrato! La popolazione, traumatizzata e denutrita, si affida ai bagni pubblici e agli impianti di lavaggio che di solito sono sovraccarichi e più della metà delle famiglie non ha accesso sufficiente all’acqua per soddisfare le loro esigenze primarie, mentre solo due terzi hanno accesso al sapone. Il Bangladesh, un paese di 170 milioni di persone, ha una capacità di test estremamente limitata e nessuno di essi è ancora disponibile nei campi. In tutto il paese, vengono testati solo i pazienti con possibili sintomi e una storia recente di un viaggio all’estero. Finora, il Bangladesh ha 39 casi confermati, con quattro morti. Ma, sfortunatamente, i casi di contagio quasi sicuramente non si fermeranno qui e i profughi sono, giorno dopo giorno, sempre più a rischio.

Fonti: UNICEF, ONU

https://endangeredpeoples.com/donazioni-e-abbonamenti/

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