La Cina intrappola gli Uiguri: dai QR Codes alle telecamere, fino al bando della lingua e della cultura

Tempo di lettura: 2 Min.

Non possiamo continuare ad ignorare le torture ed i metodi dittatoriali che molti stati ancora oggi cercano di insabbiare. Non possiamo continuare ad evitare di parlare di popoli perseguitati ogni giorno nel proprio governo senza la possibilità che il proprio futuro venga deciso da organismi internazionali e da corti penali. È il caso di quanto accade alla minoranza uigura in Cina, che ormai da decenni subisce una persecuzione etnica e razziale da parte del Partito Comunista al potere.

COSA ACCADE IN XINJIANG

Il primo passo, operato già dai predecessori dell’attuale presidente Xi Jinping, Hu Jintao e Deng Xiaoping, fu la costante sostituzione etnica nella Regione Autonoma del Xinjiang. Essa fu effettuata trasferendo forzatamente nelle terre appartenenti ai coltivatori, pastori e agli abitanti locali Uiguri, la maggioranza etnica cinese Han dalle regioni orientali. Da quel momento in poi le cose per la minoranza perseguitata continuarono a peggiorare nel tempo e, anche a causa della scoperta di numerosi giacimenti di petrolio e gas naturale nel bacino geografico del Tarim, la scelta del PCC di rendere tale regione un’area altamente produttiva e cruciale per la nazione sembra essere notevolmente aumentata negli ultimi anni. Proprio per questo motivo, la minoranza uigura si è spesso organizzata per resistere alle pressioni e alle censure cinesi a livello locale e internazionale, ma questo non ha fatto altro che indebolire la loro posizione dinanzi al governo cinese, il quale ha sfruttato come pretesto l’appartenenza alla fede islamica della minoranza come il simbolo di una rinascita di fondamentalismo islamico in Asia. Fu così che ben presto sorsero anche i primi campi di concentramento cinesi, formalmente denominati “campi di rieducazione culturale per la minoranza uigura”, in cui molti sospettati terroristi vennero rinchiusi spesso senza prove dal governo per ricevere un’istruzione cinese e per essere impiegati come manodopera sfruttata in lavori agricoli, industriali e manifatturieri, agli ordini della maggioranza Han della Regione. Oltre ciò, la Cina ha costantemente negato negli ultimi anni la fede e l’insegnamento della lingua araba in Xinjiang, di fatto annullando la cultura e la religione islamica.

Nonostante ciò, come se non bastasse, negli ultimi anni sono state predisposte installazioni di telecamere di videosorveglianza in tutte le città a maggioranza uigura, tra cui le principali: Urumqi e Kashgar. Tutti sono schedati e controllati, come in un enorme Grande Fratello, nella sfera pubblica.

Per favorire un maggiore controllo anche della sfera privata, il PCC solamente nell’ultima settimana ha cercato di fare passare inosservata – a causa dell’emergenza Coronavirus – la notizia secondo cui starebbe installando anche molti codici QR sui muri delle case della comunità musulmana uigura. L’obiettivo delle autorità sarebbe quello di ottenere l’accesso immediato a tutti i dati personali delle persone che vivono nelle abitazioni, secondo un rapporto di Human Rights Watch (HRW).

La decisione di installare tali apparecchi tecnologici è stata dunque voluta dalle autorità cinesi al fine di studiare la composizione familiare all’interno delle abitazioni della minoranza. Oltre ciò, il PCC sta contemporaneamente ordinando loro di consegnare i tappetini di preghiera islamica e le copie del Corano rimaste in casa, a pena di “punizioni severe”, secondo un leader in esilio.

La comunità uigura resta quindi posta sotto stretta osservazione a livello internazionale e nonostante il richiamo dell’ONU nel 2018 alla Cina ad oggi la situazione non sembra cambiata né tantomeno migliorata per la minoranza… Ed il futuro di essi si preannuncia sempre più drammaticamente simile a coloro sottoposti alla perfetta dittatura del futuro, già descritta dal famoso scrittore George Orwell in 1984.

Fonti: The Independent

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