Ryūkyūani: tra diritti negati e occupazione militare

I Ryūkyūans (o Ryukyuani) sono un gruppo di popolazioni indigene che vivono nell’arcipelago delle Ryūkyū, che si estende a sud-ovest della principale isola giapponese di Kyūshū. L’isola più grande e popolata dell’arcipelago, Okinawa, è in realtà più vicina a Manila, Taipei, Shanghai e Seul che a Tokyo. Sebbene considerati dai giapponesi come una semplice popolazione dialettale, i Ryūkyūani parlano lingue separate come l’Okinawan, noto anche come Uchinaguchi, oltre che altri linguaggi, dal Amami, al Miyako, dal Yaeyama allo Yonaguni. Tutti fanno parte della famiglia delle lingue nipponiche, a cui appartiene anche la lingua giapponese e tutte sono riconosciute come lingue in via di estinzione dall’UNESCO, dunque sotto stretta tutela.

Tuttavia, il governo giapponese, continua ad oggi a rifiutare di considerare i Ryūkyūani come minoranze etniche o popolazioni indigene. I relatori speciali delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza in passato hanno definito la “popolazione di Okinawa” una minoranza nazionale e una cultura indigena, e ci sono state in tempi recenti alcune iniziative private nel rilancio delle lingue e della cultura dei Ryūkyūani a livello nazionale, tuttavia, nessun riconoscimento o movimento positivo è stato promosso dalla parte delle autorità del paese. Il Giappone non ha mai riconosciuto l’esistenza dei Ryūkyūani come popolazioni indigene nonostante i vari inviti delle Nazioni Unite e delle commissioni che si occupano di diritti umani, minoranze o popolazioni indigene, anche se il governo ha provveduto a riconoscere le loro culture e tradizioni uniche. Nonostante alcune richieste negli anni ’80 e ’90 per un maggiore uso delle lingue Ryūkyūans al governo, nessuna di queste lingue è legalmente accettata e riconosciuta nel sistema giudiziario giapponese, nell’istruzione pubblica o nei servizi pubblici e le misure coercitive e discriminatorie contro le culture e le lingue Ryūkyūans sono in un certo senso proseguite fino ad oggi.

La cultura e le terre tradizionali dei Ryūkyūani continuano a essere minacciate dalla negazione del diritto al consenso libero, preventivo e informato nel processo decisionale, in particolare per quanto riguarda l’espansione delle basi militari statunitensi a Okinawa, un problema che viene percepito come una forma di discriminazione contro la popolazione indigena. La prefettura di Okinawa è costituita dallo 0,6% dell’intero territorio del Giappone, ma circa il 74% di tutte le basi militari statunitensi in Giappone sono concentrate ad Okinawa.

I piani in corso di trasferimento di una base aerea militare americana da Futenma a Henoko, che si trova in una baia ricca di biodiversità, tra cui il dugongo di Okinawa in via di estinzione, negli ultimi anni è stato un argomento particolarmente controverso nella politica giapponese. Molti abitanti locali si sono anche opposti al trasferimento della base a causa di vari incidenti inclusi anche atti di violenza contro le donne locali da parte di molti ufficiali statunitensi, non di certo iniziati in questi anni ma protratti nel tempo dall’inizio dell’occupazione americana. Le proteste locali sono arrivate a contare diverse migliaia di persone che hanno manifestato in vista delle elezioni del novembre 2014, ma le autorità hanno risposto duramente trattenendo e arrestando chiunque si fosse avvicinato al cantiere e la successiva elezione di Takeshi Onaga a Governatore della Prefettura di Okinawa fu in gran parte dovuta alla sua stretta opposizione alla costruzione delle basi militari statunitensi.

Allo stato attuale, la presenza militare degli Stati Uniti e la totale accettazione della loro presenza da parte del governo giapponese smorzano gli sforzi della maggior parte dei gruppi politici attivi a Okinawa, che continuano a mobilitare decine di migliaia di manifestanti. Ma nonostante la forte opposizione, il governo giapponese ha portato avanti i piani di ricollocazione, sostenendo che la presenza statunitense sia necessaria per motivi di sicurezza nazionale, forse dovuta alla vicinanza strategica alla penisola coreana (in particolare al nemico numero uno Usa: la Corea del Nord) e alla stessa Repubblica Popolare Cinese. A partire dalla fine del 2017, il progetto di intraprendere la costruzione della base di Henoko sta dunque andando avanti nonostante la resistenza legale e politica.

Fonti: Studies for Ethnic-National Minorities

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