Il Bangladesh avverte che non ci sarà nessun nuovo accesso nel paese per i Rohingya

Il popolo che nessuno vuole, questo è il soprannome che è stato dato ai Rohingya, la minoranza etnica al confine tra Myanmar e Bangladesh, respinta dai birmani perché imparentata geneticamente con i bengalesi e cacciata dagli stessi bengalesi perché non riconosciuta. Proprio negli ultimi giorni, quando la questione dei Rohingya ha ricominciato a scaldarsi a causa del respingimento di più imbarcazioni dalle coste della Malesia, il ministro degli Esteri del Bangladesh ha deciso che non permetterà più alle centinaia di rohingya bloccati in mare al largo della costa sud-orientale di sbarcare, nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e dei gruppi per i diritti umani e dei rifugiati. “Sono contrario a consentire a questi Rohingya di entrare nel paese perché il Bangladesh si è sempre occupato delle responsabilità degli altri paesi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri A.K. Abdul Momen a BenarNews giovedì sera. “Non possiamo più consentire l’accesso di nessuno di loro anche se in precedenza abbiamo fatto entrare molti rifugiati”, ha proseguito nella sua intervista.

Le navi che trasportavano circa 500 rifugiati sono state avvistate martedì dai pescatori locali nel Golfo del Bengala vicino a Cox’s Bazar, secondo quanto riferito da Amnesty International. Un comandante della polizia di frontiera dell’area ha poi affermato che le pattuglie verranno intensificate per fare attenzione ai due pescherecci da traino che si dirigeranno verso la costa del distretto.

Un comandante della guardia costiera locale ha fatto eco al messaggio del ministro: “La nostra posizione è chiara: non sarà permesso ad un solo Rohingya di entrare. Ogni peschereccio che trasporta Rohingya che tenta di entrare in Bangladesh sarà respinto”, ha affermato a BenarNews il tenente Cmdr. M. Saiful Islam, ufficiale dello staff della Chittagong East Zone della Guardia Costiera.

Circa 740.000 Rohingya sono fuggiti nei campi profughi a Cox’sBazar in Bangladesh, dallo stato del Rakhine in Myanmar, a partire dall’agosto 2017, dopo che l’esercito del Myanmar ha lanciato una brutale offensiva volta ad un rapido e sistematico genocidio in risposta agli attacchi mortali di un gruppo ribelle contro le postazioni di sicurezza del governo. Tale ondata si unì a centinaia di migliaia di altri rohingya che in precedenza erano fuggiti da azioni continue di violenza in Myanmar.

Momen, il ministro degli Esteri, ha inoltre sottolineato che il Bangladesh ora dovrà fare i conti con l’accoglienza di migliaia di espatriati che sono di ritorno a casa a causa della pandemia di COVID-19 e per questo motivo il paese non ha tempo né spazio per proteggere persone straniere o rifugiati”. Una scusa per scrollarsi dalle spalle un pesante fardello oppure una triste verità? Difficile da capire in queste fasi delicate di emergenza sanitaria globale. Tuttavia giovedì, l’UNHCR (l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite), si è unita ad Amnesty International nel chiedere ai paesi limitrofi di accogliere i rifugiati rohingya apolidi, dichiarando che: “Nel contesto dell’attuale crisi di COVID-19 che risulta essere senza precedenti, tutti gli stati devono gestire i propri confini come ritengono opportuno. Ma tali misure non devono comportare la chiusura di strade per l’asilo politico, o costringere le persone a tornare in situazioni di pericolo da cui sono fuggite”.

Mohammad Shah Alam, uno dei leader rohingya dei campi profughi di Cox’s Bazar, ha espresso la speranza che il governo del Bangladesh permetta presto ai rifugiati sulle navi di sbarcare nel distretto di Kutupalong: “Siamo grati al Bangladesh per averci protetto. La nostra gente sarà felice se queste persone in mare potranno venire in qui in Bangladesh con noi”, ha riferito a Radio Free Asia. Tuttavia, una soluzione a tale problema, soprattutto per l’emergenza pandemica mondiale, non sembra possa risolversi a breve e il guscio in cui si racchiudono molti stati rischia di compromettere ulteriormente le vite dei rifugiati in questo periodo e nel prossimo futuro.

Fonti: Radio Free Asia

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