I social in Tibet: arresto e torture a chi condivide foto del Dalai Lama e scandali contro il PCC

Le autorità cinesi in Tibet hanno ulteriormente rafforzato i controlli sui flussi di informazioni nella regione negli ultimi mesi, arrestando l’anno scorso molti tibetani solo per la loro condivisione di notizie e opinioni sui principali social media del paese, spesso con l’unico scopo di contattare i parenti che vivono in esilio. Particolari obiettivi di censori e polizia sono spesso le immagini del leader spirituale in esilio che il Dalai Lama condivideva online, chiedendo a tutti i tibetani la conservazione della lingua tibetana, ora minacciata dai nuovi ordini del governo di stabilire il cinese come lingua principale di insegnamento nelle scuole tibetane, secondo il principio di unità etnica, di cui abbiamo parlato in un nostro precedente articolo qui: La Cina soffoca le minoranze etniche con una nuova legge applicata in Tibet.

La libertà di espressione nelle aree dominate dalle comunità tibetane della Cina, già fortemente limitata, non è affatto migliorata negli ultimi tempi, a causa della censura e della sorveglianza istituite dal Partito. È infatti ancora estremamente difficile e pericoloso per i tibetani divulgare informazioni al di fuori del Tibet, inoltre il rifiuto di Pechino nel consentire ai giornalisti stranieri il libero accesso nella regione ha reso ancora più difficile per il mondo esterno valutare queste situazioni al suo interno. Le persone qui sono infatti soggette a rappresaglie più pesanti che in altre parti della Cina.

“Nel mondo libero, le persone si scambiano informazioni quotidianamente ma questi tipi di conversazioni sono osservate con sospetto dal governo cinese”, ha riferito ultimamente alla stampa internazionale Karma Choying, il segretario del governo delle relazioni internazionali del governo tibetano in esilio in India. Le restrizioni cinesi alla libertà di parola e alla condivisione di informazioni in e verso il Tibet violerebbero dunque le attuali leggi cinesi

Eppure, secondo quanto ha affermato James Tager, direttore della ricerca e della politica di libera espressione per il gruppo di PEN America: “Dobbiamo ricordare che il sistema costituzionale della Cina garantisce la libertà di parola e di stampa e che la Costituzione e la Legge sull’autonomia etnica regionale contengono protezioni significative per i diritti delle minoranze all’interno della Cina. Quindi, quando la comunità internazionale chiede al governo cinese di garantire la libertà di stampa e la libertà di parola, anche per coloro che parlano, scrivono o divulgano notizie in lingua tibetana e sulle preoccupazioni tibetane, non stiamo facendo una richiesta radicale né illegale.”

I gruppi internazionali per la libertà di stampa hanno messo in evidenza gli ostacoli sempre più duri della Cina nei confronti di tutti i suoi abitanti. Alcuni di coloro che erano stati condannati a lunghe pene detentive l’anno scorso in Tibet avevano cercato di attirare l’attenzione internazionale su funzionari corrotti (un tema molto importante e che riguarda tutto il PCC) o su preoccupazioni ambientali, mentre altri avevano semplicemente espresso sostegno per l’uso della lingua tibetana o avevano condiviso immagini del Dalai Lama, considerato dai leader cinesi come un “pericoloso separatista”.

Secondo quanto riportato da Radio Free Asia, il 6 dicembre 2019 Anya Sengdra, residente nel distretto di Kyangche nella contea di Ghai (in cinese, Gande) di Qinghai, è stata condannata a sette anni dopo essere stata arrestata con l’accusa di disturbare l’ordine sociale dopo essersi lamentata online di alcuni funzionari corrotti, illegalità e caccia alla fauna selvatica protetta. Questo rappresenta inoltre un grande indice per comprendere quanta e quali siano le forme di libertà all’interno dei social cinesi, dalla cui rete nazionale sono banditi Facebook, Google, Whatsapp e tutte le funzionalità Apple.

La situazione sembra dunque restare critica in molte regioni cinesi, proprio come riferisce RSF, che all’inizio di aprile 2020 ha classificato la Cina al 177° posto su 180 paesi in un indice annuale di libertà di stampa globale. Difficile che le cose possano cambiare radicalmente e velocemente nei prossimi anni, viste anche le ultime espulsioni di giornalisti professionisti americani e le nuove leggi sull’unità etnica, le quali verranno presto applicate in tutte le regioni autonome, tra cui Xinjiang e lo stesso Tibet

Fonti: RFA

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