In Sud Sudan è a rischio il processo di pace a causa di Coronavirus e crisi petrolifera

Anche se la guerra civile nel Sud Sudan si è conclusa qualche mese fa, il forte calo del prezzo del petrolio globale e la pandemia di COVID-19 sono diventati un doppio colpo per la fragile economia del paese, che ha concordato un accordo di pace all’inizio dell’anno.

La creazione di un governo di coalizione tra il presidente del Sud Sudan Salva Kiir e Riek Machar, l’ex deputato diventato ribelle a febbraio, avrebbe dovuto porre fine a un conflitto mortale iniziato nel 2013. L’accordo prevedeva l’assorbimento dei ribelli nell’esercito regolare, il pagamento degli stipendi alle truppe e l’accoglienza di varie fazioni politiche, oltre a prendere varie misure economiche come la costruzione di dighe, il risarcimento per gli sfollati e la costruzione di nuove strade. All’inizio di questo 2020 il paese stava cercando di generare finanze per risollevarsi, esclusivamente vendendo petrolio greggio di cui dispone in abbondanza dopo il ritorno della pace (oltre il 90% del budget del paese si baserebbe infatti sulle entrate petrolifere).

Tuttavia, secondo molti esperti di economia e geopolitica, la caduta dei prezzi influenzerà l’attuale budget destinato alle principali manovre economiche del Paese. Quando il budget di quest’anno è stato approvato, il costo di un barile di greggio era di circa 10 dollari. Per questo motivo il Sud Sudan, uno dei più giovani stati al mondo, subirà secondo molti la più grave crisi economica, molto maggiore degli Usa e dei paesi europei. Sarà anche in gioco anche il processo di pace e le disposizioni in materia di sicurezza, che senza i giusti finanziamenti non si potranno più gestire efficacemente.

Secondo Alan Boswell, analista senior del Sud Sudan presso l’International Crisis Group di Bruxelles, il paese dovrà affrontare una grave crisi di bilancio se il prezzo del petrolio non si riprenderà e questo grave deficit limiterà la capacità del governo di pagare le sue truppe e pacificare tutte le fazioni politiche del paese. La pandemia sta già indebolendo la pressione diplomatica regionale necessaria per far avanzare l’accordo di pace in tutto il paese.

Anche il governatore della banca centrale Gamal Abdalla Wani ha dichiarato che il forte calo dei prezzi del petrolio nel mercato internazionale minerà le prospettive di una crescita economica positiva. Ha inoltre affermato che l’unico modo per attutire l’impatto imminente è cercare il sostegno finanziario di istituzioni multinazionali come il FMI e la Banca mondiale e che il Paese ha bisogno di fondi per sopravvivere agli effetti della caduta dei prezzi del petrolio per il restante periodo dell’esercizio in corso.

La professoressa Marial Awou, economista e vice cancelliere della Upper Nile University, ha criticato il governo per aver fatto molto affidamento sul settore petrolifero, trascurando al contempo i settori agricolo, turistico e minerario ma il paese sembrerebbe essere già alla ricerca di fonti di reddito alternative per combattere le perdite di petrolio. Come ha infatti affermato recentemente il vicepresidente James Wani: “Abbiamo intenzione di trovare modi alternativi di sopravvivenza economica e di allontanarci il più possibile dal petrolio. Quindi dobbiamo aumentare al massimo le entrate non direttamente derivanti da esso nei prossimi mesi”.

La strada verso l’autosufficienza economica e la pace nel nuovo stato, vittima negli ultimi anni di soprusi, guerre e carestie, non sembra ad oggi ancora in discesa, nella speranza che la pandemia unita alla nuova crisi petrolifera non porti nuovamente sull’orlo del baratro milioni di uomini e donne oggi liberi e non più perseguitati come al tempo della dittatura sudanese.

Fonti: International Crisis Group, AA

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