Kosovo, una crisi infinita

Non c’è pace in Kosovo, dove alla perenne crisi sociale si è aggiunta una crisi politica senza precedenti che ha portato alle dimissioni del premier Albin Kurti.

Il Primo Ministro uscente è infatti riuscito ad ottenere il congelamento della formazione del nuovo governo dopo aver chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla legittimità delle decisioni del presidente Thaçi. La risposta, attesa per il 29 maggio, difficilmente ricucirà un rapporto tra istituzioni oramai logoro.

Per capire come si è arrivati a questo punto occorre fare qualche passo indietro.

Le elezioni parlamentari dello scorso ottobre avevano regalato una vittoria di misura al partito di Albin Kurti Vetëvendosje, costringendolo così ad un governo di coalizione con la Lega Democratica del Kosovo (LDK).

Kurti con la promessa di una lotta serrata alla corruzione, dell’unione con l’Albania e di una politica intransigente nei confronti della Serbia era riuscito a raccogliere numerose aspettative. Specialmente in tutta quella frangia della popolazione stanca di una disonestà endemica, responsabile di un’emigrazione di quasi 250 mila kosovari negli ultimi 12 anni, ed un’assenza di prospettive che trasformano la più giovane Repubblica d’Europa in un’eterna incompiuta.

Tuttavia il suo atteggiamento massimalista aveva fatto storcere parecchio gli umori della comunità internazionale che invece auspica nella ripresa di un dialogo tra Pristina e Belgrado.

Fonte: Wikimedia Commons

Così la sua scelta di rispondere in nome della reciprocità alla Serbia, mantenendo ad esempio i dazi sulle merci serbe e bosniache come ritorsione al veto sull’ammissione all’Interpol, ha contribuito a presentarlo come la persona meno adatta a guidare qualsiasi genere di distensione.

La gestione dell’emergenza Corona virus ha fatto poi il resto. La proposta dell’LDK di affidare i poteri di emergenza al Presidente Thaçi si è rivelata una trappola ben congegnata: al rifiuto di Kurti gli alleati lo hanno sfiduciato prima di ricevere il compito di formare un nuovo governo in tandem con l’Alleanza per il Futuro (AAK).

Un machiavellismo politico che Kurti non ha accettato criticando apertamente la terzietà dell’operato di Thaçi, al quale aveva chiesto elezioni anticipate, prima di invitare la piazza a protestare nonostante il confinamento e rimettere il tutto alla Corte Costituzionale.

Ora è interessante notare come la crisi coincida con l’arrivo del nuovo inviato speciale statunitense Richard Grennell nella regione. Gli Stati Uniti con questa mossa tornano prepotentemente al centro del dibattito dopo aver patrocinato dei colloqui tra Trump, Vucič e lo stesso Thaçi. Al centro un ipotetico scambio di territori già raggiunto ma ancora in attesa di essere svelato per meglio preparare le rispettive opinioni pubbliche.

È possibile pensare quindi che la figura di Kurti non sia stata vista come adatta a guidare la transizione. Lo dimostrerebbero infatti una serie di scaramucce ai confini dei due paesi che hanno riguardato prima alcuni medici serbi bloccati da Pristina diretti verso le numerose enclavi del paese, quindi aiuti economici inviati alla minoranza albanese nella Valle del Preševo.

Fonti: BalcaniCaucaso.org, President-Ksgov.net, Balkaninsight.com

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