La Cina ha nascosto il Covid come fece con la Sars nel 2003: Nuovi studi sul 2019 lo dimostrano

Ci troviamo nel lontano novembre 2002 ed in Cina iniziarono a manifestarsi i primi sintomi di una nuova malattia, che avrebbe determinato circa 8000 casi e 774 decessi in 17 paesi, per un tasso di letalità finale del 9,6%. Tuttavia, solo all’inizio dell’aprile del 2003, quindi ben 5 mesi dopo, la SARS incominciò a ricevere maggiore attenzione dai media ufficiali. Alcuni hanno attribuito l’evento direttamente alla morte dello statunitense James Earl Salisbury ma si venne successivamente a sapere che in quel periodo stavano emergendo accuse di sottostima dei casi il molti ospedali militari di Pechino. Dopo un’intensa pressione, soprattutto dall’OMS gestito all’epoca dalla norvegese Gro Harlem Brundtland, alcuni membri del governo cinese permisero a ufficiali internazionali di investigare la situazione sul posto. Questo importante controllo rivelò dei problemi che affliggevano l’antiquato sistema sanitario cinese, tra cui l’incremento della decentralizzazione, l’eccessiva burocrazia e rigidità e soprattutto le comunicazioni sanitarie inadeguate dalle regioni a Pechino e di conseguenza da Pechino al resto del mondo.

Nel tardo mese di aprile furono così diramate molte rivelazioni in tutto il mondo, seguite successivamente dall’ammissione di colpevolezza da parte del governo cinese per non aver riferito tutti i numerosissimi casi di SARS a causa dei problemi interni del proprio sistema sanitario. Il medico cinese Jiang Tantong spiegò successivamente ciò che era avvenuto in Cina, a suo grande rischio. Riferì che erano presenti un maggior numero di persone affette da SARS nel suo solo ospedale di quelle che ufficialmente erano state dichiarate affette in tutta la Cina, un segnale che destò notevoli preoccupazioni sul numero di ammalati e di morti non conteggiati dalla Cina. Diversi responsabili governativi vennero licenziati, tra cui il ministro della Salute e il sindaco di Pechino, mentre i sistemi vennero migliorati per aumentare il controllo dell’epidemia. Da allora, il governo cinese procedette più attivamente e in modo maggiormente trasparente nel combattere la malattia. Tuttavia, l’occultamento iniziale del governo cinese fu considerato irresponsabile e tale da porre tutto il pianeta a rischio.

A seguito di forti critiche alla Cina da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per aver inizialmente cercato di nasconderla e per aver risposto poi con debolezza e lentezza alla crisi, l’allora presidente Hu Jintao decise di prendere tutte le misure necessarie per aumentare la sicurezza e il monitoraggio della situazione, segnalando i nuovi casi alle organizzazioni internazionali della salute. Tuttavia, dal 2004 fino al 2019 non si segnalarono più altri casi di SARS in alcuna parte del mondo. Questa malattia fu causata da un coronavirus che, sul finire del 2017 gli scienziati cinesi hanno rintracciato nei pipistrelli e negli zibetti quali vettori intermediari.

Fonte immagine: https://scitechdaily.com

Ed eccoci giunti al 2019, precisamente a ottobre, periodo in cui la Cina dovette fronteggiare la prima ondata di Coronavirus secondo gli esperti. Secondo gli ultimi studi in campo medico, come confermato dal dott. Michel Schmitt dell’ospedale Albert Schweitzer di Colmar, nella Francia nord-orientale, il suo team di ricercatori ha esaminato migliaia di radiografie del torace risalenti al periodo di novembre e dicembre 2019, identificando due lastre “coerenti” con i sintomi di Covid-19. Le due lastre in questione furono realizzate rispettivamente il 16 novembre e il 18 novembre 2019 e questo aspetto getterebbe nuova luce sulle dichiarazioni cinesi che vorrebbero la scoperta del virus solo alla fine di dicembre. Le radiografie, divulgate anche da NBC News, dimostrano che il team del dottor Schmitt è stato anche in grado di identificare ben 12 casi di coronavirus a dicembre e 16 a gennaio sul suolo francese. Tuttavia, lo scienziato stesso ha affermato che non è stato ancora possibile trarre conclusioni e che il suo team avrebbe ora esaminato i raggi X risalenti a ottobre nel tentativo di mappare la diffusione del virus.

I risultati del team arrivano poche settimane dopo che il dott. Yves Cohen, anche lui francese e a capo della rianimazione in diversi ospedali dell’Ile-de-France, a Parigi, rivelò di aver trovato un malato di coronavirus il 27 dicembre scorso. Il team del dott. Cohen, che aveva nuovamente testato vecchi campioni di influenza, ha affermato che i nuovi test sui campioni dei pazienti hanno confermato che il virus cinese era effettivamente presente in Europa prima che fosse ufficialmente segnalato anche dallo stesso governo cinese.

Questa nuova ricerca francese conferma come Pechino continui ancora oggi, a distanza di anni dalla prima epidemia di SARS, a mentire sulle date e sul periodo in cui venne a conoscenza anche dell’esistenza dell’ultimo virus partito dal proprio paese, il COVID-19. È stato appurato infatti che le lastre compatibili con il virus cinese appartengono a persone che hanno viaggiato nella città di Wuhan e nella provincia di Hubei oppure che sono venute a contatto con persone che avevano visitato quei luoghi. Possibile che, pur essendosi diffuso in Europa già da novembre (e dunque in Cina da circa metà/inizio ottobre), il Partito Comunista Cinese abbia portato all’attenzione mondiale virus solo il 31 dicembre? Certamente. Ma perché l’OMS nulla ha fatto per condannare tale segretezza di stato, ormai un atto divenuto palese?

Si tratta dunque di una vicenda sempre più oscura, facendo ipotizzare inoltre che il numero di vittime nella dittatura cinese, così come accaduto per l’epidemia di SARS, non solo possa essere assai maggiore dei dati forniti dal governo stesso, ma sia stato tenuto volutamente segreto, non aiutando così la comunità internazionale nella lotta al virus e nella tutela dei centinaia di migliaia di vite umane, spezzate senza pietà da quest’ultimo. La Cina, prima o poi, dovrà chiarire la sua posizione e giustificare le proprie scelte di fronte ad una giuria internazionale, a causa anche della sua recidività nel comunicare informazioni sanitarie al resto del mondo, sperando che l’OMS ritorni su posizioni ben più intransigenti contro il PCC, proprio come fece ad inizio secolo.

Fonti: Adnkronos.com, Asianews.it

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