L’odissea senza fine degli yazidi

Tempo di lettura: 5 min.

In seguito al genocidio del 2014, questo popolo da sempre perseguitato si appresta a far ritorno nella propria terra di origine, ai piedi del monte Jebel Sinjar. Purtroppo, però, il ritorno a casa è più difficile del previsto.

LA STORIA DEL POPOLO PERSEGUITATO DA SECOLI

Villaggio yazidico di Esiyan, nel Kurdistan iracheno, 2017.
Villaggio yazidico di Esiyan, nel Kurdistan iracheno.

Gli yazidi, minoranza religiosa di etnia curda sviluppatasi nella regione del monte Sinjar tra Iraq e Siria, sono sempre stati un popolo molto fiero e riservato: il loro culto affonda le radici nell’antichità ed unisce elementi di religioni antecedenti all’Islam, all’Ebraismo e al Cristianesimo con elementi e pratiche invece più simili ai costumi delle moderne religioni monoteiste.

Fin dall’epoca medievale gli yazidi sono stati vittime di discriminazioni e soprusi a causa del loro culto particolare, secondo il quale Dio sia sì l’unico creatore del mondo, ma allo stesso tempo esso si sia emanato in Sette Angeli che vengono appunto adorati; uno di questi, il cosidetto Angelo Pavone, è il primo e il più importante di tutti, sebbene come Lucifero sia caduto dal cielo prima di essere rimesso al suo posto da parte di Dio ed esserne diventato la sua emanazione più pura. Proprio per questo particolare set di credenze religiose, che offre tra l’altro una sfumatura ulteriore al già intricato mosaico etnico-religioso che è il Medio Oriente, una delle terribili costanti nella storia dello Yazidismo è la persecuzione: secondo le fonti orali della comunità stessa il popolo yazidico è stato vittima di più di 70 tentativi di sterminio nel corso della storia.

Sebbene a livello storico quest’informazione non può essere verificata al 100%, è dato certo la repressione spesso violenta condotta contro gli yazidi nel Medio Oriente, istigata dall’idea di fondo che vede lo Yazidismo come una forma di eresia e di adorazione del diavolo. Durante l’egemonia dell’impero Ottomano gli yazidi furono costretti a nascondersi e convertirsi ad un Islam “di facciata” e rischiarono di scomparire come minoranza in almeno due occasioni, nel 1832 e nel 1892, oltre che ad essere perseguitati al pari di greci e armeni durante il tentativo di pulizia etnica portati avanti nella prima parte del XX secolo. Dopo la nascita del moderno stato turco gli yazidi hanno continuato ad essere discriminati ed esclusi (ancora oggi la Turchia non riconosce lo Yazidismo come una religione ufficiale), così come in Iraq dove sia durante il periodo monarchico sia dopo la nascita della repubblica gli yazidi sono stati discriminati, uccisi o deportati.

L’ARRIVO DELL’ISIS NEL SINJAR

Foto dal campo profughi di Newroz, in Iraq.
Foto dal campo profughi di Newroz, in Iraq.

L’ultimo orrendo tentativo di porre fine alla storia del popolo yazidico in ordine cronologico risale al 2014: dopo aver conquistato i territori attorno al monte Jebel Sinjar, l’ISIS iniziò un processo di pulizia etnica ai danni del popolo yazidico. Se prima del 2014 erano infatti circa 550.000 gli yazidi che vivevano nel nord dell’Iraq, oggi se ne contano molti di meno, di cui 300.000 sono rifugiati con lo stato di IDP (Internally displaced people) in diversi campi profughi dell’Iraq. Secondo le stime ONU, più di 5000 uomini sono stati massacrati mentre circa 6700 donne e bambini sono stati  rapiti per essere poi rivenduti come schiavi sessuali o meno. Tra questi vi era Nadia Murad, che riuscì a fuggire ai suoi rapitori e raggiungere la Germania (paese europeo con la comunità yazidica più numerosa), riuscendo finalmente a porre l’attenzione sulla causa yazidica e su ciò che si stava consumando tra Iraq e Siria ai danni del suo popolo. Inoltre, la Murad è diventata la prima ambasciatrice ONU per la dignità di coloro i quali sono stati vittime del traffico di essere umani e per il suo impegno ha vinto un Nobel per la pace nel 2018.

Il caso di Nadia Murad rappresenta però una delle poche felici eccezioni ad una situazione che rimane tutt’altro che positiva: stando ai dati forniti dal Kidnapped Yazidis Rescue Office ci sono ancora più di 2700 yazidi nelle mani dello Stato Islamico e di altre fazioni estremiste, mentre per coloro i quali sono stati liberati sono stati pagati riscatti elevatissimi, spesso con fondi privati dei diretti interessati aiutati solamente dal Governo Regionale del Kurdistan.

IL DIFFICILE RITORNO A CASA

Combattenti della YBŞ con in mano un dipinto di Abdullah Öcalan, leader del PKK.
Combattenti della YBŞ con in mano un dipinto di Abdullah Öcalan, leader del PKK.

Sebbene l’area del Sinjar sia stata liberata dall’influenza dell’ISIS nel 2017, per gli yazidi il ritorno nel loro luogo d’origine si sta rivelando molto più difficile del previsto, per diverse ragioni:

  • Innanzitutto, prima di abbandonare l’area i militanti dello Stato Islamico hanno lasciato una grande quantità di mine e ordigni inesplosi sparsi ovunque, dalle campagne fin dentro le abitazioni. A tal riguardo, un gruppo di donne guidate da Hana Khider, irachena di fede yazidica costretta a lasciare l’area nel 2014, è impegnata a liberare l’area dagli ordigni inesplosi per permettere un ritorno sicuro ai propri compatrioti.
  • Essendo l’area lasciata a sé stessa già da diverso tempo, oltre al problema degli ordigni si pone anche quello della manutenzione; elettricità, acqua corrente e altri beni necessari sono oramai assenti dalle abitazioni di chi una volta popolava pacificamente la zona, rendendo un ritorno a casa molto complicato. A tal proposito il governo iracheno ha deciso di stanziare 2 miliardi di dinari iracheni a fine giugno (circa 1 milione e mezzo di euro) per facilitare questo processo di abbandono dei centri d’accoglienza e ritorno a casa, che resta comunque complicatissimo.
  • Un altro grande problema al ripopolamento della zona del Sinjar è infine la tensione vigente tra il PKK, vale a dire l’organizzazione paramilitare del Partito dei lavoratori del Kurdistan, e la Turchia: è di metà giugno la notizia di un attacco da parte di F-16 turchi alle basi del PKK attorno al monte Sinjar, in seguito al quale è stato colpito anche un monastero in cima al monte ed un campo profughi dove migliaia di yazidi sono ancora ospiti. Inoltre, proprio il PKK insieme alla YBŞ, cioè l’unità speciale di difesa del Sinjar (Sinjar Resistance Units), sono le uniche organizzazioni paramilitari a difendere e salvaguardare la minoranza yazidica nell’area, che nonostante la partenza dell’ISIS resta tutt’altro che sicura.

Un ritorno a casa sembra dunque essere una vera e propria odissea, mentre nello stesso momento la vita nei campi profughi diventa sempre più pesante e ingestibile: secondo la Free Yazidi Foundation, negli ultimi mesi il tasso dei suicidi all’interno della comunità yazidica si è alzato vertiginosamente, anche a causa dello scoppio della pandemia che ha reso la situazione ancora più stressante.

Nonostante la situazione resti quindi disperata, Mahma Khalil, sindaco della città omonima al monte Sinjar (anch’egli dislocato in questo momento in un’altra città irachena), ha dichiarato come circa 1.200 famiglie abbiano deciso di far ritorno nella loro regione, ormai esasperate dalla vita da profughi. Ciò che queste famiglie hanno trovato è però una regione sventrata dai jihadisti prima e dalla guerra poi, nel quale ripartire per vivere in normalità sembra ormai essere un’impresa titanica.

FONTI: The Guardian, Al-Monitor, CGTN, Aina.org, Kurdistan24

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