Diaspora Rohingya: un’intera etnia senza meta né destinazione

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Da anni ormai è incominciata una violenta campagna di persecuzione che ha portato all’esodo della minoranza Rohingya, che risiede ai confini tra Myanmar/Birmania e Bangladesh. Costretti a lasciare le proprie abitazioni nello stato birmano del Rakhine, viaggiano senza identità verso i paesi limitrofi in cui attualmente vivono in condizioni infauste.

ORIGINE

I Rohingya sono una minoranza etnica musulmana che si concentra nello stato nord-occidentale birmano del Rakhine. La Birmania li considera progenie di immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh e già nel 1962, all’inizio della dittatura militare di Ne Win, questa fascia di popolazione è stata oggetto di una discriminazione istituzionalizzata e sistemica, non vengono riconosciuti come cittadini e per tal motivo privati dei diritti fondamentali. Inizia così la diaspora verso i paesi asiatici adiacenti. Tra le destinazioni predominanti vi sono i vicini Bangladesh e Malesia.

Cox's Bazar, uno dei più grandi campi profughi al mondo, Bangladesh

GIURIDICAMENTE PARLANDO

Con la stipula della convezione di Ginevra del 1951, basata sul principio fondamentale del non-refoulement secondo cui “nessun rifugiato può essere respinto verso un paese in cui la propria vita e libertà potrebbero essere seriamente minacciate”, gli stati si dovrebbero impegnare a collaborare a livello internazionale per garantire ai profughi asilo, protezione e diritti. I problemi derivanti dalle lacune create dalla burocrazia birmana, facendo riferimento soprattutto a una mancata regolamentazione della cittadinanza, rende arduo l’accesso in altri paesi degli esuli che vengono automaticamente registrati all’arrivo come immigrati illegali.

La cittadinanza, ovvero lo status giuridico riconosciuto a ciascun individuo di una società a cui vengono annessi una serie di obblighi nei confronti dello stato e di diritti, è essenziale, in quanto senza tale documentazione non è possibile avvalersi di una serie di beni e servizi che per noi sono scontati. Si va incontro a innumerevoli limitazioni tra cui l’accesso all’istruzione, al mondo del lavoro e libertà di movimento, aprendo le porte ad abusi e sfruttamento.

VERSO IL SUD-EST ASIATICO

I rifugiati sono stati “accolti” principalmente in Bangladesh nei pressi del fiume Naf, che segna il confine con il Myanmar, e dell’area costiera di Cox’s Bazar. Sono sparsi in giro in 34 campi di accoglienza saturi e fatiscenti in cui la situazione, con l’arrivo del Covid 19, non è altro che peggiorata.

Mentre il Bangladesh, ormai da anni anche se in modo restio, riceve i richiedenti asilo, Malesia e Thailandia sulla scia dell’“Immigration Act” vigente all’interno dei paesi, respingono e rifiutano l’ingresso delle imbarcazioni Rohingya, decretando sentenze immorali e disumane nei confronti dei profughi, messi al bando e arrestati al pari di migranti illegali.

La pandemia non può in ogni caso giustificare il rigetto di accoglienza da parte di questi paesi. Questo popolo, sfuggito ai crimini dei militari, ai soprusi del governo e ad un vero e proprio genocidio, rischia tutti i giorni la vita in mare, nella speranza di approdare su una spiaggia sicura.

Innumerevoli Ong e Onlus hanno a cuore la questione Rohingya e si impegnano ed occupano per agire in modo tempestivo per salvaguardare la salute, la vita e i diritti di questa minoranza costernata da anni di fughe verso la libertà.

FONTI: Time, Asianikkei, Asiafoundation, Hrw

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