Politica della non violenza: il via delle proteste tibetane contro il governo cinese

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I tibetani, insediati per la maggior parte nella regione autonoma del Tibet, sono oggetto da tempo di repressioni e abusi da parte del governo cinese che tenta in ogni modo di metterli a tacere. I dissensi pacifici della popolazione dell’area in questione hanno provocato morti ingiuste e migliaia di arresti insensati. Questi prigionieri politici vengono torturati e tenuti in condizioni ignobili, con poche speranze di giustizia.

DIMENSIONI RIDOTTE

Storicamente il Tibet era costituito da tre province, U-Tsang, Kham e Amdo. Nel tempo, più precisamente alla fine della Seconda guerra mondiale, la Cina annesse a sé l’intera provincia di Amdo e la maggior parte del Kham, inglobandole nelle province cinesi ad esse confinanti. Ciò che dunque oggi definiamo “regione autonoma del Tibet”, in realtà, è un terzo dell’originario altopiano.

Tibet antico: regioni dello U-Tsang, Amdo, Kham, confinanti con Nepal, India, Cina e Bhutan

IL TIBET CERCA DI AFFERMARSI

Nel lontano 1642, il Gran Quinto Dalai Lama creò il governo Ganden, stabilendo il suo dominio sovrano sull’altopiano del Tibet. Nell’ambito degli affari esteri, il capo politico tibetano divenne il mentore del neo imperatore della dinastia Manciù, da poco insediatosi in Cina, sviluppando con esso stretti legami religiosi e istituendo un rapporto “sacerdote-patrono” (noto in tibetano come Choe-Yoen) dove ci si impegnava a diventare la guida spirituale del despota cinese, in cambio di patrocinio e protezione. Inizia così in un certo qual modo l’interesse cinese sul territorio. Perso per un certo periodo, con l’arrivo degli inglesi e la stipula di un trattato bilaterale, gli eserciti imperiali cinesi cercarono di riaffermare la propria influenza nel 1910, invadendo il paese e occupando la capitale Lhasa. L’anno successivo, col rovesciamento dell’Impero Manciù, le truppe si arresero all’esercito avversario e furono rimpatriate in virtù di un accordo di pace sino-tibetano. Da quel momento il Dalai Lama ribadirà la piena indipendenza del Tibet. Nel 1949, però, l’Esercito Popolare di Liberazione della Repubblica Popolare Cinese intraprese una vera e propria guerra di confine con il Tibet, sollecitandolo ad “unirsi” formalmente alla RPC, sostenendo che quella tibetana facesse parte di una delle “cinque razze” della Cina. Due anni più tardi, per paura di una successiva invasione che avrebbe minacciato l’intero territorio, il governo cinese e quello tibetano stipularono il cosiddetto “accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet” che prevedeva l’annessione ed il riconoscimento della sovranità cinese da parte della regione.

Proporzionalmente all’aumento dei movimenti di resistenza contro l’occupazione, sorti specialmente nella zona orientale, aumentò tragicamente la repressione cinese, che consisteva (e consiste tutt’oggi) nella distruzione di edifici religiosi, arresti di monaci e altri leader della comunità. Le rivolte degli anni seguenti portarono la morte di milioni di protestanti a Lhasa e Sua Santità il Quattordicesimo Dalai Lama fu costretto a fuggire in India per la sua salvezza, dove ha vissuto in esilio da allora. Tenzin Gyatso, nel 1989, ha ricevuto il premio Nobel per la pace per i suoi sforzi per risolvere pacificamente la situazione tibetana.

Il XIV Dalai Lama in preghiera in esilio dal Tibet

SESSANTUNESIMO ANNIVERSARIO

La natura della lotta tibetana è risolutamente basata sul credo della pace e della non violenza e sulla politica della via di mezzo. Ogni anno, dalla sanguinosa rivolta del 10 Marzo 1959, tibetani e attivisti di tutti gli angoli del mondo scendono in piazza per protestare ed esigere l’identità culturale di cui questo popolo è stato privato. Il dragone rosso opprime, talvolta nel sangue, le sommosse pacifiche che con cadenza annuale si svolgono per questa ricorrenza, intimidendo i partecipanti con sorveglianza costante e disponendo il proprio contingente militare col fine di acquietare i dissensi. Purtroppo, soprattutto tra i monaci buddisti tibetani che lamentano mancanza di libertà religiosa, ha preso piede una forma di disapprovazione pacifica per un verso, perché non implica l’uso della violenza per nuocere altri, ma opinabile poiché si tratta di suicidio.

I contrasti tra questi due paesi stremano la popolazione che non riesce più a identificarsi come “unita” ed ancora una volta la Cina, tracotante, si prende con la forza ciò che diplomaticamente non le spetta. Paesi ed associazioni in tutto il mondo riconoscono storicamente il Tibet come area autonoma, sostenendo e incoraggiando le proteste, battendosi per la causa di questo popolo perseguitato.

Fonti: Tibetparliament, Scmp, Indianexpress, Rfa

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