Nuovo conflitto interetnico: Oromo fuggono dalle violenze in Etiopia

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Tempo di lettura: 3 Min.

Gli Oromo, uno delle più grandi etnie presenti nel corno d’Africa, in Etiopia, patiscono costanti e gravi violazioni dei diritti umani e civili. La diffusa persecuzione subita dai membri della comunità è all’ordine del giorno ed effettuata attraverso molestie da parte della polizia, “sparizioni”, arresti arbitrari senza alcun capo d’accusa o processo lecito, con tanto di esecuzioni extragiudiziarie tradotte, in poche parole, in torture.

EPICENTRO DEL CONFLITTO

L’Etiopia, circondata da Eritrea, Sudan, Kenya, Somalia e Gibuti, non gode di uno sbocco sul mare ma vanta, in compenso, un melting pot etnico sbalorditivo; nel territorio coabitano 80 gruppi differenti e si parlano, circa, 200 dialetti. Il governo è strutturato come una repubblica parlamentare a carattere federale ove vi sono 9 regioni amministrative a base etnica (Kililoch) e due municipalità autonome (la capitale Addis Abeba e la città di Dire Dawa), entrambi gli enclave, ubicano nella grande regione dell’Oromia. Lo scorso Novembre sono deflagrate le rivolte della popolazione dell’area per contestare la scelta del governo di espropriare le terre degli oromo a favore dell’espansione del territorio amministrativo della capitale.

Mappa dell'Etiopia con le sue suddivisioni regionali

Nel corso della storia la classe dirigente abissina ha sempre rivendicato il proprio diritto indiscusso di estirpare le terre oromo a causa della falsa e vana gloria di cui si vantano. Il “Master Plan” della capitale è un piano modellato su ispirazione a quello cinese, con lo scopo di espandere la città in cui popolazione è quadruplicata negli ultimi due decenni. Il progetto non è affatto nuovo: i governanti etiopi che si sono succeduti da Menelik fino al regime attuale hanno perseguito un programma sistematico di accaparramento di terre, rendendo gli oromo poveri e senzatetto, negandogli qualsiasi diritto ad un terreno sostitutivo per erigere le loro nuove case.

COLPO DI SCENA

L’ascesa al potere di Abiy Ahmed nel 2018,in qualità di primo leader oromo nella storia del paese, ha annunciato un nuovo inizio, in particolare per il suo gruppo etnico natale, tuttavia fin dall’inizio accettando il ruolo, era conscio delle difficoltà a cui sarebbe andato incontro per bilanciare le numerose questioni tra cui le lamentele oromo, quelle degli altri gruppi etnici e l’unità stessa dello stato etiope.

Alla fine del 2019 il primo ministro ha vinto il Premio Nobel per la pace, tra le altre ragioni, per aver riappacificato le relazioni con l’ex colonia dell’Etiopia: la vicina Eritrea. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1952, le Nazioni Unite avevano stabilito che l’Eritrea (colonia italiana fino al 1941, poi occupata dai britannici fino al 1950), fosse federata con l’Etiopia, mantenendo però la propria autonomia. Dopo 30 anni di lotta e resistenza, prima con il regime monarchico di Hailé Selassié e successivamente con il regime militare socialista di Mengistu (DERG), gli eritrei si liberarono dall’occupazione etiope nel 1991. L’ONU riconobbe ufficialmente l’indipendenza solo due anni più tardi, a seguito di un referendum nel quale oltre il 99% degli eritrei votò per l’indipendenza dall’Etiopia. Il riavvicinamento di Abiy con Isaias Afwerki (capo dell’esecutivo eritreo) ha segnato un nuovo capitolo nel rapporto tra i due Paesi, risolvendo una reciproca ostilità di lunga data.

Aby Ahmed (Etiopia) ed Isaias Afwerki (Eritrea)
Abiy Ahmed (Etiopia) ed Isaias Afwerki (Eritrea)

Tra gli altri obbiettivi del premier vi è quello di completare l’ambizioso e delicato progetto della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), un sistema idroelettrico da 6.450 MW sul Nilo Azzurro in Etiopia, situato a circa 30 km a monte del confine con il Sudan. Una delle più grandiose opere nel continente africano.

PROBLEMATICHE A GALLA

Gli omicidi politici, tra cui quello del capo dell’esercito e più recentemente l’assassinio del famoso cantante e attivista politico oromo Hachalu Hundessa, hanno riaperto vecchie crepe in tutto il paese, lasciando Abiy ad affrontare un’ardua situazione. La repressione governativa non si è limitata alle proteste; la sede dei media indipendenti fondata da Jawar Mohammed (magnate dei media appartenente all’etnia Oromo e critico nei confronti dell’attuale governo) è stata presa d’assalto dalle unità speciali della polizia federale che ne ha arrestato i dipendenti. Assieme a Mohammed, lo stesso giorno, sono stati arrestati autorevoli esponenti dell’opposizione, attivisti e giornalisti.

Numerosi gruppi per i diritti umani hanno tacciato le forze di sicurezza del governo di Abyi di aver usato un uso eccessivo della forza per contenere le manifestazioni e di aver giovato del caos creatasi per arrestare importanti membri dei partiti oppositori e mettere a tacere i media indipendenti. La situazione degenera e alla lista dei popoli perseguitati e richiedenti asilo, purtroppo, si aggiungono anche gli oromo. E’ doveroso sollevare la questione per mettere fine a questo nuovo genocidio silenzioso di cui si parla ancora troppo poco

Fonti: Revisal, jstor, crisisgroup, nytimes

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