Uros: A 3800 metri di altezza la povertà ha i colori dell’arcobaleno

Tempo di Lettura: 4 Min.

Condizioni di vita e rischi sanitari degli Uros, una etnia minoritaria che vive da migliaia di anni sulle acque del lago Titicaca.

 LA PANDEMIA IN PERÙ: UN PAESE CON MINORANZE ETNICHE 

In Perù, alla fine di aprile, alcune popolazioni indigene avevano presentato una denuncia formale alle Nazioni Unite di fronte all’assenza del governo di Lima nella lotta contro l’estendersi dell’epidemia tra le comunità indigene. Queste popolazioni corrono il terribile rischio di un etnocidio(Eco Internazionale) Nella classifica latinoamericana dei paesi più colpiti dal Covid-19, il Perù figura al secondo posto, dietro al Brasile, per numero di casi (oltre 108mila) e di decessi (più di 3.100). Il virus minaccia in particolare i cinque milioni di abitanti che, in base al censimento del 2017, affermano la propria appartenenza a una delle nazionalità indigene del paese, 48 amazzoniche e quattro andine.( Claudia Fanti (Il Manifesto) Il Perù sebbene sia dotato di numerose risorse ambientali e culturali, è uno Stato con grandi differenze socioeconomiche e una parte consistente dei suoi abitanti vive in condizioni di povertà. Il sistema sanitario mostra gravi lacune sul piano della disponibilità di personale medico e infermieristico, con soli 12,8 professionisti per 10.000 abitanti a livello nazionale (la media OCSE è di circa 33 medici ogni 10.000 abitanti), vi è poi una forte disuguaglianza in termini di distribuzione geografica, laddove in alcune regioni i dati parlano di 6 medici ogni 10.000 abitanti. Tali circostanze causano forti difficoltà al funzionamento dell’intero sistema di assistenza sanitaria, oltre al riacutizzarsi di problemi che colpiscono soprattutto bambini e anziani.

Foto della comunità Uros in Perù
Donne della minoranza Uros

Anche il settore educativo riporta una differenza tra ricchi e poveri e pur essendo alto il tasso di alfabetizzazione ( il 97,6% dei peruviani sa leggere e scrivere), i  contesti educativi più problematici sono quelli delle aree rurali, dove le infrastrutture scolastiche non sono adeguate. Questo è in breve il contesto sociale di un paese in fase di sviluppo ma se ci addentriamo nelle sue regioni più povere la situazione peggiora ulteriormente, tra di esse vi è la regione del Puno, dove si trova il lago Titicaca; il lago più alto del mondo.

IL POPOLO UROS

Un altopiano difficile da raggiungere ma conosciuto in tutto il mondo per le sue caratteristiche ambientali e per il folklore del popolo che lo abita. La popolazione è denominata puneno, ma le sue origini sono molto lontane ed una minoranza discende dall’etnia degli Uros, una popolazione preincaica peruviana. I primi Uros si sono spostati dalle sponde del lago Titicaca sul lago stesso, per sfuggire ai loro vicini bellicosi, tra i quali il popolo degli Inca. Hanno cominciato a costruire un arcipelago di isole artificiali con canne di totora, una pianta acquatica locale, e lo hanno ancorato al fondo del lago. Queste particolari isole sono dette “fluttuanti” (in spagnolo, Islas Flotantes) in quanto possono salire e scendere seguendo il livello del lago, ed inoltre i loro abitanti possono levare le ancore e spostarle come fossero delle chiatte.

All’inizio l’etnia Uros era unica, con un suo sistema sociale e religioso, e pure la lingua era diversa dai loro vicini che parlavano aymara, e dai bellicosi Inca che conquistarono le sponde del lago e che parlavano invece quechua. Ora però gli Uros di stirpe pura sono spariti; erano infatti un popolo aperto e pacifico, e tramite scambi commerciali con gli altri abitanti del lago e successive unioni miste, un po’ alla volta le caratteristiche del popolo sono andate perdute. L’ultima rappresentante di questa etnia è morta negli anni settanta, mentre ora vive sulle isole una popolazione di lingua aymara. (wikipedia enciclopedia libera) Questo popolo continua a tramandarsi questo stile di vita e negli anni alcuni gruppi sono riusciti ad avviare un sistema economico basato sul turismo e sulla disponibilità ad accogliere nelle loro piccole case sull’acqua visitatori stranieri. La lavorazione della totora, l’erba acquatica con cui sono costruite le piccole isole galleggianti, rappresenta una fonte di sussistenza insieme alla creazione di tessuti coloratissimi e caratteristici con cui fanno abiti, stuoie e oggetti che vendono ai turisti. Come già citato, gli Uros sono una etnia  con un proprio stile di “sopravvivenza” legato all’agricoltura ed alla tessitura. Tutto ciò che serve alla vita quotidiana è prodotto sulle loro piccole isole galleggianti, anche le bevande a base di erbe  che usano per meglio adattarsi all’altitudine.  Il sistema  commerciale è simile al baratto, chi coltiva le patate le scambia con chi coltiva il frumento o con chi pesca;  ma oggi tutto questo non basta più e reggere il confronto con il cambiamento economico che domina il sistema mondiale non è per loro possibile. Chi è rimasto su questo lago ha dovuto adattarsi ad un modo di vivere da molti ormai dimenticato, ed i soli aiuti giungono, quando è possibile,  dai volontari di organizzazioni umanitarie non governative. Le donne vengono supportate nella crescita dei bambini e per guadagnare qualcosa si attivano nella vendita dei loro prodotti tessili, fatti nel rispetto delle tradizioni. Vivono ancora oggi in case, forse sarebbe più corretto chiamarle capanne, fatte con la totora.  Tutto molto caratteristico per chi deve scattare una foto da mostrare alla fine di un viaggio, ma terribilmente difficile per chi ci vive, soprattutto quando il gorverno non ti riconosce come popolo ma ti classifica come etnia estinta e ti appiattisce in una cultura che non è la tua, in una lingua che non è quella dei tuoi padri, ti chiede di dimenticare le tue origini ed in cambio non ti da nulla, nè strutture, nè mezzi di trasporto. Una sola volta al giorno un autobus percorre la distanza per raggiungere la città di Puno, il capoluogo di Regione, 6 ore minimo,  dove si trovano l’ospedale, le scuole, gli uffici pubblici, i negozi.  L’assenza di strutture sanitarie viene supplito solo in piccola parte dai volontari.           

L’EMERGENZA SANITARIA TRA GLI UROS

Tutto questo fa parte del già difficile “quotidiano” ma in questo momento  in cui la pandemia sta mettendo a dura prova paesi economicamente avanzati, pensiamo cosa comporta per un popolo che non ha servizi igienici, acqua potabile, energia elettrica, riscaldamento, (questa per loro è la stagione invernale). Devono stare nelle loro case ed evitare quei contatti per loro vitali e lo scambio di merci di prima necessità. Ciò che per noi è folklore per loro è difficoltà reale e lasciarsi sopraffare dal sistema è facile per chi non è riconosciuto come popolo, se non sulle guide turistiche.

Donna della minoranza Uros sull'isola sul lago che illustra una mascherina di produzione propria contro il Covid-19
L’isola sul lago

Questo è il vero pericolo con cui si confronta ogni giorno Rita, la volontaria che mi ha raccontato cosa significa lottare quando la fame, l’aria rarefatta, la solitudine, ti portano ad arrenderti ed a soccombere tra l’indifferenza di molti. Lei ama la sua gente e crede in loro, crede in un popolo che migliaia di anni fa ha saputo inventare un modo di vivere su isole galleggianti unite tra loro ma in grado di separarsi nei momenti di pericolo per navigare e raggiungere luoghi più sicuri. Mi ha descritto la loro giornata su queste “distese di piante intrecciate”, dove da generazioni si ripetono gli stessi gesti. Mi ha parlato di quel lago del colore del cielo, un azzurro intenso come solo a 3800 metri di altezza puoi vedere e mi ha detto che anche per questo, pur conoscendo la realtà, lei continua a sperare.  Ha inventato una piccola produzione di mascherine che, come dice, non hanno una certificazione di idoneità, ma ognuno si difende con i mezzi che ha. Attraverso una disturbata telefonata online, ho conosciuto la storia di questo  popolo, che il virus finora non ha colpito in modo preoccupante ma che non avendo protezioni sanitarie in una stagione invernale può solo sperare che l’auto isolamento  e l’altitudine lo proteggano dal contagio, mentre le donne continuano a tessere le stoffe con i colori dell’arcobaleno aspettando il giorno in cui  i turisti torneranno.

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