Chi è e per cosa lotta il popolo Sahrawi?

Tempo di Lettura: 3 Min.

Si sente spesso parlare di Marocco e di Sahara, ma quasi mai di Sahara Occidentale e di Sahrawi. Da chi è composto questo misterioso popolo minoritario, che da quasi un secolo rivendica la propria indipendenza sul suolo africano? E come mai ancora oggi non vi è stato alcun riconoscimento internazionale? Ecco la loro storia…

STORIA ED ORIGINI

Il popolo minoritario dei Sahrawi o saharawi, cioè “sahariano” (in berbero Iseḥrawiyen, ⵉⵙⴻⵃⵔⴰⵡⵉⵢⴻⵏ) è costituito da alcuni gruppi tribali arabo-berberi, tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara Occidentale gravitanti sul Sāqiyat al-ḥamrāʾ (Saguia el Hamra in spagnolo) e sul Wādī al-dhahab (Río de Oro) che, già nel corso della dominazione spagnola, negli anni trenta del 900, avevano iniziato a reclamare la loro indipendenza come gran parte degli attuali stati africani.

Sull’area, ricca di fosfati, avanzava però pretese anche il Marocco ed è per questo che le popolazioni della regione hanno conosciuto grandi difficoltà per realizzare le loro ambizioni e vedersi riconosciuti su un piano internazionale e persino inter-arabo.

Le tribù sahrawi sembra discendano da due gruppi insediatisi nell’area fin dall’epoca delle prime conquiste islamiche, alla fine del VII secolo d.C. Esse rivendicano un’ascendenza araba, per dimostrare la quale fanno riferimento al loro dialetto, definito Hassāniyya, un idioma parlato anche nella confinante Mauritania e nell’Algeria.

Il 14 dicembre 1960 l’ONU votò la risoluzione n. 1514 con la quale si riconosceva il diritto all’indipendenza per le popolazioni dei paesi colonizzati. Nel 1963 il Sahara Occidentale fu incluso dalle stesse Nazioni Unite nell’elenco dei paesi da decolonizzare e nel dicembre di due anni dopo l’Assemblea Generale affermò il diritto all’indipendenza del popolo sahrawi, invitando la Spagna a metter fine alla sua occupazione coloniale dell’area. Nel 1966 l’ONU ratificò l’atto di autodeterminazione del popolo sahrawi. Pur tuttavia, ai primi del 1975, il re del Marocco Hassan II espresse la sua totale opposizione all’indipendenza del paese, ancora oggi non indipendente.

LA SITUAZIONE ATTUALE

Ad aprile 2019, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato per un altro anno il mandato della Missione delle Nazioni Unite per l’organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale (Mission des Nations Unies pour l’organisation d’un référendum au Sahara Occidental – Minurso), ancora una volta senza prevedere alcuno strumento di monitoraggio sui diritti umani.

Poco tempo prima però, nel 2017-18, le autorità marocchine adottarono una serie di misure per limitare le attività di alcune organizzazioni presenti in Marocco e nel Sahara Occidentale, percepite come critiche verso la linea politica del governo, tra cui continui ostacoli frapposti alla loro registrazione, il divieto di svolgimento delle attività e l’espulsione di cittadini stranieri invitati da queste associazioni.

Nel 2018, per tutto l’anno solare, le autorità hanno fatto regolarmente ricorso all’uso eccessivo e non necessario della forza per disperdere proteste pacifiche che si sono svolte in alcune città del Sahara Occidentale, come Laayoune, Smara, Boujdour e Dakhla, in particolare contro coloro che rivendicavano l’autodeterminazione del popolo saharawi e chiedevano il rilascio dei prigionieri saharawi. Diversi manifestanti, blogger e attivisti sono stati incarcerati, spesso al termine di processi iniqui basati su accuse inventate.

L’area contesa tra Marocco e Sahara Occidentale

A settembre del 2019, il blogger saharawi Walid El Batal è stato rilasciato da un carcere di Smara al termine di una condanna a 10 mesi di reclusione e al pagamento di un’ammenda di 1.000 dirham (circa 105 dollari Usa), sulla base di accuse inventate di insulti e aggressione contro un pubblico ufficiale, danneggiamento di beni privati e partecipazione a un raduno armato.

A luglio dello stesso anno, un tribunale di Laayoune ha giudicato l’attivista saharawi Hamza El Ansari per accuse inventate di aggressione e insulti a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato, in relazione alla sua partecipazione a una protesta che si era svolta a febbraio, e lo ha condannato a un anno di reclusione e al pagamento di un’ammenda di 10.000 dirham (circa 1.050 dollari Usa). Il tribunale non ha provveduto a svolgere indagini in merito alle accuse avanzate dall’imputato, secondo cui era stato maltrattato dai poliziotti, che lo avevano costretto a firmare una dichiarazione mentre era tenuto bendato. È stato rilasciato dopo che a settembre la sua sentenza era stata ridotta in appello a tre mesi.

Sempre nello stesso mese, un tribunale civile ha emesso verdetti di colpevolezza nei confronti di 23 attivisti saharawi, in relazione agli scontri letali che si erano verificati a Gdim Izik, nel Sahara Occidentale nel 2010, e ha emesso pesanti condanne, in alcuni casi anche all’ergastolo, al termine di un processo caratterizzato da gravi irregolarità, celebrato davanti a un tribunale militare nel 2013. Il tribunale civile non aveva provveduto a indagare opportunamente le accuse degli imputati, che avevano affermato di essere stati torturati mentre erano in custodia, e non aveva escluso dalle prove del processo informazioni ottenute tramite tortura. Da settembre, almeno 10 dei 19 attivisti saharawi rimasti in carcere hanno iniziato uno sciopero della fame, per protestare contro le condizioni carcerarie, dopo essere stati separati in diverse prigioni del Marocco.

Così, nel mese di ottobre, il Sottocomitato delle Nazioni Unite sulla prevenzione della tortura ha visitato il Marocco, il quale non aveva ancora creato un meccanismo nazionale di prevenzione contro la tortura. I detenuti hanno denunciato episodi di tortura e altro maltrattamento in custodia di polizia sia in Marocco sia nel Sahara Occidentale. Le autorità giudiziarie non hanno provveduto a indagare in maniera adeguata queste accuse e a perseguire i responsabili. Le autorità hanno trattenuto diversi detenuti in regime d’isolamento prolungato, che costituisce una forma di tortura o altro maltrattamento. Il prigioniero Ali Aarrass è rimasto in isolamento per oltre un anno 

Il quadro storico-politico nel Sahara Occidentale risulta ancora oggi estremamente complesso e grave. Le autorità marocchine, secondo gli ultimi report dell’ONU, non hanno intrapreso alcuna iniziativa per affrontare l’impunità per le gravi violazioni compiute in Marocco e nel Sahara Occidentale tra il 1956 e il 1999, tra cui torture sistematiche, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali, malgrado le raccomandazioni formulate dalla commissione equità e riconciliazione, un organo di giustizia di transizione.

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