Il Nagorno Karabakh e lotta senza tempo per l’autodeterminazione

La Repubblica dell’Artsakh (Արցախի Հանրապետություն, Artsakhi Hanrapetut’yun) è de facto uno stato a riconoscimento limitato, non riconosciuto da alcun membro dell’ONU, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian.

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Nella gabbia caucasica

Situato nel Caucaso meridionale, nella regione del Nagorno Karabakh (anche “Alto Karabakh” o “Karabakh Montuoso”), confina a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran, a nord e ad est con l’Azerbaigian. Gli attuali confini territoriali sono stati determinati al termine del conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza e corrispondono, grosso modo, a quelli dell’antica regione armena di Artsakh. Alcune porzioni del territorio (parte della regione di Shahoumyan e i bordi orientali delle regioni di Martouni e Martakert) sono sotto controllo azero pur essendo rivendicate dagli armeni come parte integrante del loro Stato.

Fonti: The London Post

Si tratta, insomma, di una regione senza sbocco sul mare, situata nel Caucaso meridionale e appartenente dal punto di vista geologico all’altopiano armeno.

La complessa storia dell’area

Nel corso della storia questa striscia di terra è stata sotto il controllo di vari imperi, ma è stato alla fine della Prima Guerra Mondiale che si sono poste le basi per la disputa fra Armenia e Azerbaigian. Quando, nel 1917, l’Impero russo si dissolse e i bolscevichi salirono al potere, Armenia, Azerbaigian e Georgia, prima sotto il controllo russo, si dichiararono indipendenti e si unirono nella Repubblica Federale Democratica Transcaucasica. Tuttavia, questo esperimento unitario ebbe vita breve, tanto che la neonata repubblica si sciolse dopo appena tre mesi. E tra il 1918 e il 1920 fra Armenia e Azerbaigian ci furono numerosi scontri, a causa della contesa di alcune terre di confine, tra le quali proprio il Nagorno Karabakh. La popolazione locale manifestò fin dal 1918 la volontà di essere indipendente, ma non fu ascoltata.

Nel 1919, a seguito del crollo dell’Impero ottomano, il comando britannico di stanza nel Caucaso meridionale e in Persia affidò provvisoriamente la regione ad un funzionario azero. Nel 1920 ci fu poi un nuovo cambio di guardia: l’Urss invase il Caucaso con l’11ª Armata, per farne una repubblica sovietica, la RSSF Transcaucasica. Anche sotto i sovietici la situazione del Nagorno Karabakh rimase ambigua. Nonostante la sua popolazione fosse composta per il 94% da armeni, il territorio venne affidato alla Repubblica Socialista Sovietica Azera. Tuttavia quest’ultima riconobbe il diritto della RSS Armena di amministrarla e nel 1923 si giunse ad un compromesso: venne creato l’Oblast’ Autonomo del Nagorno Karabakh, con capitale a Step’anakert.

La questione del Karabakh non era però destinata a chiudersi così facilmente. Nel 1985 Michail Gorbaciov salì al potere e diede il via alla sua opera di riforma dell’Unione Sovietica, la cosiddetta perestrojka, che aveva tra i suoi principi anche quello del glasnost’. Con questa parola, che significa letteralmente “trasparenza”, si alludeva alla possibilità di discutere apertamente dei problemi dell’Unione. Il Soviet Regionale del Karabakh ne approfittò per lamentare alcuni problemi, come la mancanza di libri in lingua armena nelle scuole e il fatto che il segretario generale azero Heydar Alyev (futuro presidente dell’Azerbaigian) stesse tentando di aumentare la popolazione azera nella regione. Ed effettivamente nel 1988 la popolazione di etnia armena si era ridotta dal 94% a quasi tre quarti del totale. Il soviet del Karabakh chiese, inoltre, di riunificare la regione autonoma all’Armenia, ricevendo l’appoggio di numerosi intellettuali russi. Iniziarono così le trattative tra Mosca e il partito comunista del Karabakh, che vennero accompagnate da numerose manifestazioni in Armenia e Azerbaigian, rispettivamente pro e contro la riunificazione. Dalle manifestazioni si passò poi a veri e propri scontri interetnici fra le due comunità. Furono perpetrati atti di violenza da ambo le parti e la tensione raggiunse un livello tale da sfociare in un vero e proprio pogrom. Esso ebbe luogo nella città di Sumgait, a nord di Baku, alla fine del febbraio 1988. Allora la popolazione era composta da 150.000 azeri, circa 16.000 armeni e qualche migliaio di russi. Per tre giorni e tre notti a Sumgait regnò la più completa anarchia. Quando l’esercito sovietico decise finalmente di intervenire, più di 300 armeni erano stati uccisi a bastonate, buttati giù dalle finestre, fatti a pezzi con asce o accoltellati a freddo per strada da bande scatenate di giovani azeri. Gli organi di stampa sovietici tesero, però, a minimizzare l’accaduto, tanto che si parlò di sole 32 vittime. Nei mesi successivi circa 200 mila armeni abbandonarono l’Azerbaigian. La popolazione azera della Repubblica armena seguì invece il percorso inverso.

Il 12 marzo il Parlamento del Nagorno Karabakh deliberò ufficialmente la secessione dall’Azerbaigian. Questo gesto, però, fu condannato da Gorbaciov, che ammonì di non modificare i confini e condannò ogni tipo di nazionalismo. Il leader sovietico inviò l’esercito in Armenia, per reprimere i movimenti indipendentisti, e furono compiuti anche numerosi arresti tra i vertici del partito comunista locale. Tuttavia, il sostegno a favore della causa non accennava a diminuire e Mosca fu costretta a cercare una soluzione più diplomatica. Il 12 gennaio del 1989 il Presidium del Soviet Supremo istituì una forma speciale di amministrazione per il Karabakh. La regione, formalmente, era ancora controllata dall’Azerbaigian, ma la sua amministrazione rispondeva direttamente a Mosca. In questo modo la situazione rimase sotto controllo fino alla fine dell’estate.
Ma il 2 settembre 150000 persone scesero in piazza a Baku, chiedendo il mantenimento della sovranità azera sul Karabakh. In Azerbaigian si temeva, infatti, di perdere progressivamente ogni forma di controllo sulla regione.

Le tensioni seguirono un crescendo in entrambi i paesi e Mosca si rivelò sempre più incapace di gestire la situazione. Indice di ciò fu il fatto che, il 23 agosto 1990, il parlamento armeno approvò una dichiarazione di indipendenza, cambiando il nome dello stato in Repubblica Indipendente di Armenia. La decisione non implicava una secessione dall’Urss, ma impediva eventuali ingerenze di Mosca negli affari interni del paese. Similmente, il 19 novembre, l’Azerbaigian cambiò il proprio nome in Repubblica di Azerbaigian.

Si può tranquillamente affermare che la crisi del Nagorno Karabakh, a questo punto, si stesse svolgendo parallelamente a quella dell’Unione Sovietica. Nella primavera del 1991 Gorbaciov indisse uno speciale referendum a livello nazionale, il Trattato dell’unione, per stabilire se le repubbliche sovietiche dovessero rimanere unite o meno. L’Armenia decise di boicottarlo, adottando, insieme ad altre repubbliche, una linea secessionista. L’Azerbaigian aderì, invece, al referendum, che si concluse con una netta maggioranza in favore del mantenimento dell’Urss. Questa fu sicuramente una scelta tattica, finalizzata ad ottenere l’appoggio di Mosca nella questione del Karabakh. E infatti, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, venne lanciata l’Operazione Ring, che vide le forze di sicurezza sovietiche impegnate del disarmo delle milizie armene che operavano sul territorio. Tale operazione finì, però, per trasformarsi in una vera e propria pulizia etnica ai danni degli armeni, che provocò numerosi morti e feriti e indusse migliaia di profughi a spostarsi in Armenia. Ottenuto il risultato sperato, l’Azerbaigian venne meno a quanto sancito dal referendum e, il 30 agosto, dichiarò l’indipendenza dall’Urss, seguito a ruota dall’Armenia il 21 settembre.

L’uscita dall’Urss dell’Azerbaigian sembrò fornire un appiglio giuridico alla causa indipendentista del Nagorno Karabakh. Una legge dell’Unione Sovietica del 3 aprile 1990, “Norme riguardanti la secessione di una repubblica dall’Urss”, consentiva infatti alle regioni autonome di una repubblica di distaccarsi da questa, qualora essa si fosse precedentemente distaccata dall’Urss. Così, il 2 settembre, il Soviet del Karabakh deliberò a favore dell’indipendenza dall’Azerbaigian e per l’istituzione della Repubblica del Karabakh Montano (NKR). La popolazione della regione fu poi interpellata attraverso un referendum: il 98% si dichiarò favorevole all’indipendenza. Questa decisione non fu, tuttavia, accettata dall’Azerbaigian e con il passare del tempo si fecero sempre più frequenti e intensi gli scontri tra milizie armene ed esercito azero.  Il 31 gennaio 1992 si arrivò ufficialmente alla guerra, in seguito all’abbattimento di un elicottero azero da parte armena. Il conflitto si protrasse per quasi due anni, per poi concludersi con l’accordo di Bishkek il 5 maggio 1994. Il bilancio ufficiale delle conseguenze del conflitto non è mai stato stilato con precisione. Sul campo si sono fronteggiati circa ventimila armeni e poco più di sessantamila azeri. Le vittime armene oscillano tra le 4000 e le 10000, quelle azere tra le 11000 e le 20000. I feriti furono rispettivamente 25000 e 60000, comprendendo anche la popolazione civile. I profughi armeni furono circa 400000, mentre quelli azeri (provenienti sia dal territorio armeno che dal Karabakh), circa 500000. Le condizioni di vita dei profughi sono, ancora oggi, uno dei problemi ereditati dalla guerra. Quanto all’armistizio, non fu per nulla risolutivo, in quanto congelò la situazione venutasi a creare alla fine del conflitto, che lasciava in mano armena non solo la regione contestata, ma anche vasti territori etnicamente azeri.

Bandiera ufficiale della Repubblica dell’Artsakh

Sin dal loro inizio, le trattative di pace sono state condotte dal Gruppo di Minsk, creato nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE) e guidato da una co-presidenza attualmente composta da Russia, Stati Uniti e Francia. Di questo gruppo di lavoro fanno poi parte anche Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Turchia e, ovviamente, Armenia e Azerbaigian. Ad oggi, ovvero a distanza di 22 anni dalla fine della guerra, il Gruppo di Minsk non è ancora riuscito a far firmare alle parti in causa un accordo di pace definitivo. Non solo, come dimostrano gli eventi degli ultimi giorni, vi sono tuttora violazioni del cessate il fuoco e provocazioni da ambo le parti. E’ estremamente significativo, poi, che negli ultimi anni Baku e Erevan abbiano aumentato notevolmente la spesa militare. In particolare, quella azera è passata da 175 milioni di dollari nel 2004 a 3,1 miliardi di dollari nel 2011. Nel 2012 il budget militare azero è cresciuto del 45% e, grazie ai proventi delle esportazioni di gas e petrolio, ha superato l’intero prodotto interno lordo annuale armeno.

Prima del referendum costituzionale del 20 febbraio 2017 lo Stato aveva il nome ufficiale di Repubblica del Nagorno Karabakh (Լեռնային Ղարաբաղի Հանրապետություն, Lernayin Gharabaghi Hanrapetutyun).

Il Nagorno Karabakh oggi

La repubblica dell’Artsakh non è al momento riconosciuta ufficialmente da alcuno stato facente parte dell’ONU: è dunque uno Stato non riconosciuto. La stessa Armenia, pur avendo strettissimi rapporti politici ed economici con il Nagorno Karabakh, si è fino ad oggi astenuta dal riconoscimento ufficiale per non pregiudicare lo stato delle trattative negoziali portate avanti con molta difficoltà dal Gruppo di Minsk. Solo Abcasia, Ossezia del Sud e Transnistria riconoscono ufficialmente questo stato.

Nel 2018, a luglio, il rinnovarsi delle ostilità nella regione separatista del Nagorno-Karabakh ha provocato la morte di almeno due civili di etnia azera, tra cui un minore, dopo un bombardamento compiuto da forze sostenute dall’Armenia.

Lo stato non è mai stato riconosciuto dall’ONU, che, in virtù del principio di integrità territoriale, lo considera ancora parte dell’Azerbaigian. Il Nagorno Karabakh si appella, invece, al principio dell’autodeterminazione dei popoli, che, ricordiamolo, consentirebbe ad un popolo sottoposto a dominazione straniera di ottenere l’indipendenza, associarsi o integrarsi a un altro stato già in essere, o, comunque, di poter scegliere autonomamente il proprio regime politico. La situazione, dunque, resta estremamente tesa, minacciando, ad ogni nuovo scontro e mentre il numero delle vittime sale inesorabilmente, un’escalation che, in una regione così complessa e conflittuale come il Caucaso, potrebbe essere devastante.

Ultimamente, il blogger russo-israeliano-ucraino Aleksandr Lapshin, che aveva pubblicato articoli critici sulla situazione nella regione separatista del Nagorno-Karabakh, è stato arrestato in Bielorussia ed estradato in Azerbaigian a febbraio. A luglio del 2019, un tribunale di Baku lo ha condannato a tre anni di reclusione per essere entrato illegalmente nella regione separatista. È stato rilasciato l’11 settembre dopo una grazia presidenziale.

Fonti:
Aldo Ferrari, “Il Caucaso. Popoli e conflitti di una frontiera europea”, Roma, Edizioni Lavoro, 2005
Emanuele Aliprandi, “Le ragioni del Karabakh”, & MyBook, Caravaggio, 2010
“Costituzione delle repubbliche socialiste sovietiche”, Mosca, Izdatel’stvo politiceskoij literatury, 1977
Tiziano Terzani, “Buonanotte signor Lenin”, Milano, Longanesi & C. , 1992
Laurence Broers, “La sottile linea rossa del Nagorno Karabakh”, 30 ottobre 2013
Marco Siddi, “Nagorno Karabakh, la prossima guerra in Europa “, luglio 2012

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