Dai successi sul ring alle condanne a morte, la terribile storia di Navid Afkari

Il ventisettenne, wrestler di professione, è stato condannato a morte e giustiziato per aver partecipato a delle proteste antigovernative di due anni fa; inutili le pressioni della comunità internazionale.

Tempo di lettura: 5 minuti

Le accuse e le sentenze

Omicidio di un poliziotto in borghese, reato di moharebeh (guerra contro Dio) per essere a capo di un gruppo di dissidenti, propaganda contro il governo della Repubblica islamica dell’Iran, preparazione di attacchi alla sicurezza pubblica, incitamento all’odio e insulti al leader supremo: sono questi i crimini di cui è stato accusato Navid Afkari, wrestler iraniano di grande successo che in seguito alla sentenza della Corte Suprema e del Tribunale Rivoluzionario iraniano è stato condannato a morte (per due volte, una per l’omicidio, l’altra per moharebeh) e a ricevere 74 frustate. Insieme a lui i fratelli Vahid, condannato a 54 anni e 74 frustate per concorso in omicidio, e Habib, che dovrà invece scontare 27 anni e 74 frustate per essere parte del gruppo di dissidenti di Navid.

Come riportato da Iran Human Rights, i processi sono stati condizionati da accuse fondate su prove pressoché inesistenti, avvocati difensori che hanno deciso di rinunciare al caso e confessioni da parte dei fratelli Afkari ottenute tramite tortura: lo stesso Navid, in una lettera aperta del settembre del 2019, ha descritto le torture fisiche e psicologiche subite quotidianamente e per più di 50 giorni da parte delle guardie carcerarie, che includono percosse in diverse parti del corpo, strangolamenti al limite dell’asfissia e false esecuzioni al buio. Sebbene sia chiaro il modus operandi utilizzato per estrapolare le confessioni dei fratelli Afkari, la Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per omicidio espressa da parte della corte criminale della provincia del Fars, escludendo inoltre la possibilità di un nuovo processo, siccome le prove a sostegno della tesi che vede i fratelli torturati pur di dichiararsi colpevoli risultavano insufficienti. In un comunicato dell’11 settembre, Amnesty International aveva fatto presente il timore di un’imminente esecuzione in segreto da parte del governo iraniano, oltre ad aver fatto sapere come Navid fosse ancora rinchiuso insieme ai due fratelli in una cella della prigione di massima sicurezza di Adelabad, a Shiraz, mentre attendevano la decisione del Tribunale Rivoluzionario, la cui sentenza era andata in appello. Purtroppo, Navid Afkari è stato giustiziato la mattina del 12 settembre, così come confermato dagli ufficali della corte provinciale del Fars e come riportato da radiofarda.com, su pressioni da parte della famiglia del poliziotto ucciso la notte del 2 agosto 2018.

I fratelli Afkari, momentaneamente incarcerati ad Adelabad.
I fratelli Afkari, momentaneamente incarcerati ad Adelabad.

Le proteste del 2018 e l’arresto

Il 2018 fu per l’Iran un anno di grande instabilità: in diverse città del paese migliaia di persone scesero in piazza (già a fine 2017) per protestare contro il governo, principalmente a causa dell’inflazione, del tasso di disoccupazione e dell’aumento spropositato dei prezzi dei beni alimentari. Se inizialmente le proteste furono pacifiche, nel corso dei mesi si verificarono diversi scontri tra polizia e manifestanti seguiti da centinaia di arresti, la maggiorparte provocati da richieste dirette da parte dei manifestanti di far cadere l’attuale governo di Rouhani. L’ayatollah Ali Khamenei, leader supremo e guida spirituale dell’Iran dal lontano 1989, si rivolse contro i “nemici dello Stato” (sia riferito a dissidenti interni che a paesi esteri) che stavano cercando in tutti i modi di “danneggiare e minare la stabilità della Repubblica islamica dell’Iran”; tali parole portarono poi a una serie di contro-manifestazioni in supporto del governo e anti-americane.

Tra le più di 50 città interessate dalle proteste e dagli scontri, è a Shiraz che Navid e i suoi fratelli erano in strada, accompagnati da migliaia di persone. Proprio a Shiraz, la notte del 2 agosto, il poliziotto in abiti civili Hassan Torkaman fu accoltellato da parte di “due motociclisti”, stando alle parole di un testimone oculare. In seguito alle indagini, le autorità arrestarono circa 45 giovani iraniani, tra cui i fratelli Navid e Vahid Afkari. La notte dell’arresto dei fratelli Afkari è stata raccontata dalla madre stessa in un video nel quale la donna chiedeva aiuto alla comunità internazionale per evitare che suo figlio venisse giustiziato: un arresto ben oltre i limiti della legalità, senza alcun mandato e basato su un criterio estremamente debole, vale a dire una somiglianza parziale con gli uomini descritti dal suddetto testimone. In seguito all’arresto, le torture subite da parte di Navid lo hanno portato a confessare non solo l’omicidio, ma anche gli altri crimini dei quali la Corte Rivoluzionaria iraniana lo ha giudicato colpevole.

Proteste a Tehran la notte di Capodanno 2017.
Proteste a Tehran la notte di Capodanno 2017.

Strumentalizzazione dell’arresto e condanne a morte in Iran

Purtroppo, il caso di Navid è solo l’ennesimo cruento esempio del deprecabile sistema giudiziario iraniano, che molto spesso è stato criticato sia dall’esterno che da dissidenti interni per i modi e le dinamiche che portano alle varie sentenze delle corti provinciali, della Corte Suprema e del Tribunale Rivoluzionario. In questo caso, sembra che le autorità iraniane abbiano voluto strumentalizzare la sentenza  in forma propagandistica, quasi come monito nei confronti dei propri cittadini. A conferma di ciò, proprio poche ore dopo la richiesta di Donald Trump di risparmiare la vita del ventisettenne (di cui parleremo più avanti), il governo iraniano ha mandato in onda un servizio televisivo di più di 10 minuti contenente una confessione di Navid Afkari, che in tale filmato si proclama colpevole dell’omicidio del poliziotto in borghese e di essere a capo di un gruppo di dissidenti con lo scopo di far cadere il governo iraniano. Non è ancora chiaro se si tratti della sopracitata confessione ottenuta sotto tortura oppure, come sostengono alcuni media, dell’ennesima confessione contraffatta mandata in onda per volere dell’ayatollah Khamenei.

Foto tratta da una protesta nei confronti delle autorità iraniane.
Foto tratta da una protesta nei confronti delle autorità iraniane.

L’Iran continua inoltre ad essere uno dei paesi nel quale le condanne a morte sono ancora troppo frequenti: secondo i dati forniti da Iran Human Rights e Amnesty International, nel 2019 l’Iran è stato infatti il secondo paese al mondo per persone giustiziate (251 quelle confermate), dietro solo alla Cina. Nei primi sei mesi del 2020, almeno 124 persone sono state giustiziate per crimini che variano dall’omicidio alla blasfemia passando per motivazioni inconcepibili per la società occidentale, come il consumo continuato di alcolici per il quale è stato giustiziato un uomo nel carcere di Mashhad lo scorso 9 luglio.

Le reazioni della comunità internazionale

La seconda parte del tweet con il quale Donald Trump chiede al governo iraniano di non giustiziare Navid Afkari.
La seconda parte del tweet con il quale Donald Trump chiede al governo iraniano di non giustiziare Navid Afkari.

Sebbene tale caso abbia rischiato di passare inosservato tra la miriade di situazioni inumane che si consumano quotidianamente in Iran a livello giudiziario, la storia di Navid ha attirato l’attenzione dei media e in pochissimo tempo è diventato un caso internazionale: un aiuto fondamentale per far conoscere la vicenda è arrivato sicuramente da parte dei social network, in particolar modo Twitter, dove voci quali quella della giornalista Masih Alinejad e di altri dissidenti della repubblica iraniana hanno permesso al mondo intero di conoscere la verità sul caso di Navid. In poco tempo, prima una campagna social e poi una petizione per salvare la vita del lottatore sono state lanciate sul web. Dopo aver appreso la notizia, il presidente della UFC Dana White ha pubblicato sui suoi canali social un video nel quale ha richiesto l’aiuto di Donald Trump in persona per mediare nei confronti di Navid: il presidente statunitense non si è lasciato attendere e in seguito alla richiesta ha pubblicato un tweet nel quale chiedeva pubblicamente al governo iraniano di risparmiare la vita di “un giovane la cui unica colpa è di aver protestato contro il governo”. A esporsi pubblicamente ci ha pensato anche la FIFA, con un comunicato sempre via Twitter, ma soprattutto la World Players Organisation, associazione che si occupa della protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali di atleti e altri professionisti associati al mondo dello sport: l’associazione ha infatti richiesto la squalifica dell’Iran da qualsiasi competizione sportiva (Olimpiadi incluse) qualora la condanna a morte di Navid Afkari fosse stata confermata, siccome, si legge nel comunicato, tale sentenza non è altro che “un tentativo da parte delle autorità iraniane di fare di un atleta famoso e di altro profilo un esempio, intimidendo gli altri cittadini iraniani che vogliono protestare contro il governo”.
Purtroppo, tutte le pressioni da parte della comunità internazionale non sono bastate per aver salva la vita di Navid, che il 12 settembre è diventato un altro martire del sistema giudiziario iraniano.

Fonti: Iran Human Rights, Amnesty International, Insider.com, The Jerusalem Post, BBC News, The Daily Mail, radiofarda.com

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