Gli Utsuls: l’ennesima minoranza musulmana che la Cina vuole eliminare

Agli Utsul, poco più di 9000 in totale e residenti nell’isola di Hainan, le autorità cinesi vogliono limitare le vesti e l’identità tradizionale, secondo il progetto legato alla sinizzazione delle culture estranee a quella laica voluta dal Partito Comunista al potere.

Tempo di lettura: 3 minuti

Dal Xinjiang all’isola di Hainan

Non solo in Xinjiang la Cina tenta, attraverso persecuzioni di massa, arresti e deportazioni in centri di rieducazione, di sinizzare le culture e le etnie musulmane del paese. Anche nell’isola di Hainan, la provincia più meridionale della Cina, i pochi musulmani che vi risiedono non sono sfuggiti dalla nuova politica di sinicizzazione forzata del PCC.

La Cina elenca 55 “nazionalità riconosciute” (minzu, 民族) nella sua costituzione, ma le sue minoranze ad oggi risultano essere molte più di 55. Tutti coloro che non sono stati annoverati nell’elenco ufficiale, risultano essere vittime di “genocidio cartaceo”, il che significa che la loro stessa esistenza è negata dal governo poiché vengono “fuse” con la forza alle 55 minzu riconosciute. Uno di questi gruppi è la minoranza Utsul nell’isola di Hainan. Essi sono infatti ufficialmente classificati come membri della minoranza Hui, un’etichetta normalmente applicata ai cinesi Han la cui religione è (o era) l’Islam. Tuttavia, gli Utsuls non sono propriamente degli Hui e differiscono in alcune caratteristiche etniche e culturali.

L’etnia Utsul

Etnicamente e linguisticamente, gli Utsul non sono cinesi Han. Fanno parte della famiglia Chamic, che comprende popolazioni trovate in Indonesia, Vietnam e Cambogia. La loro lingua non ha nulla a che fare con il cinese. Le persone chiamate Utsuls a Hainan vivevano tempo fa in Vietnam, negli antichi regni Champa che cedettero alle successive ondate di invasioni vietnamite. Come al solito, le invasioni generano rifugiati e coloro che fuggirono da Champa iniziarono ad arrivare nell’isola di Hainan alla fine del X secolo, con una seconda ondata significativa che avvenne nel XV secolo, anche se la maggior parte dei Chams si stabilì in Cambogia e solo una minoranza di loro ha cercato rifugio in Cina.

Ad Hainan, gli Utsul erano in gran parte liberi di mantenere i loro costumi, la lingua e la religione musulmana, fino a quando non furono perseguitati dagli invasori giapponesi, che uccisero circa 4.000 Utsul durante la Seconda Guerra Mondiale. Persino il PCC per decenni ha lasciato gli Utsuls liberi da persecuzioni, come parte di una politica nei confronti delle minoranze etniche sull’isola di Hainan, visti come una curiosità per i turisti più che come minacce interne.

Donne e ragazze di etnia Utsul in protesta a Sanya. Credits: Bitter Winter (www.bitterwinter.org)

La situazione odierna

Adesso la situazione è cambiata. Nel 2019, il PCC ha pubblicato un testo noto come “Working Document regarding the strengthening of overall governance over Huixin and Huihui Neighbourhood”, ovvero relativo ad alcuni quartieri della città di Sanya ad Hainan, abitati prevalentemente da Utsul. Il documento chiede la demolizione di moschee con caratteristiche “arabe” senza particolari motivi. Alla fine potrebbero essere ricostruiti in una versione “sinicizzata”, ma ogni moschea dovrebbe avere un membro del PCC nel suo comitato direttivo. Gli Utsul che sono membri del Partito dovrebbero essere tenuti sotto sorveglianza ed espulsi se vengono sorpresi a pregare o praticare l’Islam. I cartelli con le parole “islamico” o “halal” dovrebbero essere rimossi da tutti i negozi dell’isola ed infine la sorveglianza sull’intera popolazione di Utsul dovrebbe aumentare.

Tutte queste misure sono state attuate in tempi recenti nello Xinjiang e giustificate dal PCC con la necessità di prevenire “estremismo”, “separatismo” o “terrorismo”. E’ incredibile come il Partito Comunista Cinese pensi di spegnere le fiamme con altro fuoco, pensando che inasprendo la sorveglianza in aree con forte precarietà si possa risolvere del tutto la questione legata al fondamentalismo islamico. Tuttavia, è utile ricordare che qui, al contrario dello Xinjiang, non esistono e non sono mai esistiti “separatisti” tra gli Utsuls, e il loro Islam non è mai stato considerato radicale o minaccioso prima d’ora. E dunque, a che pro il partito sta attuando questo piano? Ciò che sta accadendo agli Utsuls conferma che l’obiettivo del PCC non è la lotta al fondamentalismo, ma è la religione in sé e il programma di genocidio culturale contro le minoranze si svolge in ogni angolo remoto del paese, senza distinzioni. Il laicismo di stato forzato e la religione del partito unico sembrerebbe essere l’obiettivo a breve termine prefissato da Xi Jinping.

Questo programma, tuttavia, sta generando anche molte proteste. La piccola minoranza Utsul, con una popolazione di circa 10.000 abitanti, resiste a modo suo alla sinizzazione forzata. Quando ad alcune studentesse è stato detto che non potevano entrare nelle loro classi con hijab o gonne lunghe, hanno deciso di sedersi fuori dalle scuole e protestare. La polizia è ovviamente intervenuta immediatamente e, come sta accadendo nella Mongolia Interna, è prevedibile una severa repressione anche in futuro. Gli Utsul sono solo un’altra vittima del brutale programma di sinizzazione di Xi Jinping. Possono solo sperare che qualcuno nella comunità internazionale si accorga di ciò che viene fatto loro. Ad oggi, pura utopia.

Fonti: Bitter Winter

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